Globe Theatre: non solo un’istituzione, ma un esempio da seguire

La foto a corredo dell’articolo, ritrae il palco del Globe Theatre di Londra. L’ ho scattata durante la visita guidata a cui ho partecipato qualche giorno fa. Si, nel mio breve soggiorno in città, il Globe era tappa obbligata. Non è mio intento riportare qui la storia, le date o quante volte è stato ricostruito, ma rendervi partecipi di alcune considerazioni in merito ad un paio di passaggi evidenziati dalla simpatica guida durante il tour. Tali riflessioni, riguardano la struttura del teatro e il suo perchè. Innanzitutto ci tengo a dire che nonostante l’ultima ricostruzione del Globe risalga ad appena venti anni fa, si respira un’atmosfera di altri tempi: un teatro a cielo aperto, tutto in legno, dove nonostante le tecnologie odierne, la luce del sole è una componente essenziale dell’illuminazione. Se ne scorgono i segni sul legno delle sedute a tratti schiarito, soprattutto nella parte destra della platea, in quanto più esposta rispetto al resto della struttura. Ma, ciò che prevalentemente ha suscitato il mio interesse è il pieno utilizzo della Standing Area, durante gli spettacoli, proprio come accadeva nel ‘600. Infatti, così come all’epoca di Shakespeare, lo spazio immediatamente prossimo al proscenio, viene occupato da coloro che scelgono di assistere alla pièce, restando in piedi oppure accomodandosi a terra, al prezzo di 5 pounds, certo, prezzo rincarato dai tempi del drammaturgo (si parlava di appena un penny), ma comunque alla portata di tutte le tasche. Non è comodissimo, ma ha i suoi vantaggi, come quello di vivere da vicino la performance, vedere chiaramente l’espressione degli attori mentre si avvicendano emozioni di gelosia, di rabbia, ma anche di ilarità e di gioco; essere parte della performance mentre Amleto (per citarne uno), pronuncia il fatidico enigma, “Essere o non essere, questo è il problema”, e ti guarda mentre lo dice, te lo chiede espressamente; vivere insomma un’esperienza con partecipazione, traendone ricchezza, a fronte di un contributo minimo. Lì ho pensato che sarebbe davvero una gran cosa, se ciascun teatro fosse dotato di una propria “Standing Area”, accessibile a tutti e per le tasche di tutti, un teatro sostenibile al quale la folla possa dare il suo contributo, piccolo, ma non meno importante. Un teatro sostenibile, sarebbe a mio avviso, un bene per tutta la società, poichè a lavorarci non sono solo attori, danzatori o performer in generale. No, le scenografie non si montano da sole per poi ritornare al proprio posto alla fine di uno spettacolo, i costumi non si creano dal nulla, così come le luci e altri effetti, non si alternano senza qualcuno che stia in regia; le porte da cui si accede non vivono di vita propria e i biglietti si ritirano ancora al botteghino dove ci sono persone pronte ad accogliere e a rispondere alle domande dei frequentatori. Questo per ricordare che il risultato finale, è frutto della cooperazione di tante professionalità diverse e tutte indispensabili per le quali ogni biglietto in più acquistato, fa la differenza. Nel titolo parlo di esempio e mi chiedo effettivamente come si potrebbe applicare in maniera diffusa. Chissà che prima o poi non trovi la risposta.

OnDance Milano: city like a stage

Il destino ha voluto che la mia prima settimana a Milano, coincidesse esattamente con l’inaugurazione di OnDance, ma prima di continuare a scrivere, devo necessariamente fare una premessa: io sono spudoratamente DI PARTE. Sì, sono di parte perché potrei felicemente vivere attaccata alla poltrona di un teatro, di sera in sera, di teatro in teatro e di città in città. Sono di parte perché pur amando il teatro e l’arte nelle sue diverse forme di espressione, il mio cuore batte un po’ (no, anzi, più di un po’), per la danza.  Non riesco a non farmi rapire dalla bellezza e dalla perfezione di quel movimento che disegna lo spazio e va oltre il medesimo. In veste di spettatrice, il mio corpo è fermo, o meglio, semi fermo, ma lo spirito no, quello è incredibilmente libero, leggero, sgombero da qualsivoglia condizionamento.

L’ emozione che mi pervade ogni volta che vedo un ballerino esibirsi sul palco, è rafforzata  dalla coscienza del sacrificio costante, della ricerca quotidiana dell’eccellenza e del superamento del limite, imposto da quel principale strumento di lavoro, che è il corpo spinto oltre natura. Tutto questo in funzione di un momento magico, in cui un pubblico galvanizzato, a tratti commosso, è capace di restituire tanto di più della fatica, del sudore e delle rinunce obbligate, qualunque sia il traguardo da raggiungere.

Tornando ad OnDance, ciò che più mi ha entusiasmato, è lo spirito dell’iniziativa, appunto, come la definisce colui che l’ha voluta, una grande festa di tutte le danze, dove Milano si è trasformata in un palcoscenico, con eventi, workshop, spettacoli, dislocati in vari punti della città, pur avendo come base il Teatro degli Arcimboldi. La forza di tale iniziativa, dal mio personale punto di vista, consiste proprio nell’aver dato spazio alla danza in tutte le sue sfaccettature e stili, esportandola dal canonico palcoscenico e, trasformando le strade, le piazze, le gallerie (come nel caso del tango in Galleria Vittorio Emanuele lo scorso giovedì che ha visto esibirsi lo stesso Roberto Bolle, accompagnato dalla prima ballerina scalingera Nicoletta Manni),  in veri e propri teatri all’aperto.

Questo significa che quando i due elementi essenziali, ossia, pubblico e artista sono presenti in uno stesso momento e in uno stesso spazio, il teatro è già lì, senza alcun bisogno di strutture e sovrastrutture poiché il sentimento di aggregazione e condivisione, vive a prescindere dalle fattezze fisiche del luogo. E’ esattamente quello che ho sperimentato ieri pomeriggio in Piazza Duca d’ Aosta presso la Stazione Centrale di Milano, per le battle di Red Bull Dance Your Style. Vedere persone di ogni età e provenienza divertirsi e tifare, per i sedici ballerini in gara, per poi esplodere al termine della stessa, in un fragoroso plauso, mi ha trasmesso quell’impagabile sensazione di appartenenza, quella che si prova di fronte ad un grande evento, dove gli sguardi e i cuori di persone lontane o tra loro sconosciute, sono inesorabilmente connessi. E’ stato bello vedere la partecipazione di persone che probabilmente in teatro non sarebbero andate per mille motivi diversi, ma che hanno avuto così occasione di vivere un’esperienza che potranno ricordare e a loro volta raccontare. E se tanto è in grado di fare l’arte e nello specifico la danza, mi domando, può davvero essere appannaggio di pochi?

Dal canto mio, porterò avanti la mia mission e contiuerò a raccontarvi storie ed esperienze, dirette e non e, anche se forse non leggerà mai questo articolo, concludo ringraziando Roberto Bolle, a nome mio e di tutte le persone con cui ho avuto modo di parlare in questi giorni, per aver portato la danza ad una dimensione popolare, senza banalizzarne la qualità dei contenuti. Buona domenica a tutti e buon OnDance #Last1Day.

– Federica Perretta

Dance As Art_The New York Photography Project. Intervista a Kevin Richardson

 

1.  Quando hai scoperto la passione per la fotografia e come è accaduto? 

Ad essere sinceri, non mi è mai piaciuto scattare fotografie. Non volevo mai fare nessuna foto in vacanza, mentre gli altri si divertivano e l’unica volta che mi sono trovato  nei  pressi di una macchina fotografica, è stato di fronte ad essa, come bodybuilder.  Gestisco un business di Personal training e un giorno avevo bisogno di alcune foto per il mio sito. Decisi che invece di assumere qualcuno, mi serviva soltanto una buona macchina e che potevo fare da me le foto che mi occorrevano. Grande errore. Erano i peggiori scatti mai realizzati. Il colore era semplicemente orribile e nulla era come lo avevo immaginato!!! Giurai che avrei imparato a scattare fotografie migliori e iniziai realizzando foto di paesaggi, laddove potevo.

2 . Sono rimasta letteralmente folgorata dalle pose dei ballerini e dalla fusione dei loro corpi col resto della città. Come fai a scegliere il punto di vista migliore? 

La maggior parte dei posti che scelgo per il progetto, sono luoghi a me familiari, che frequento di solito o che ho frequentato in passato. In questo modo riesco ad avere un’idea di come la location potrebbe apparire in foto e di quale potrebbe essere la luce migliore. Quando passeggio, mi guardo sempre intorno, cercando la location con lo spazio adatto, l’angolazione giusta e se trovo quello che mi ispira, mi fermo in mezzo alle strade di New York City per poterlo immortalare.

3. Tra le numerose espressioni artistiche esistenti, come mai hai scelto proprio la danza? 

Ho sempre amato i comics da quando ho imparato a leggere. E’ stato il mio primo approccio col mondo dell’arte, e l’aspetto per me affascinante, risiedeva nel fatto che tutti i supereroi, Spiderman, Batman ed altri, erano disegnati in posizioni che solo un ballerino sarebbe stato in grado di riprodurre con facilità. Molti artisti utilizzano i danzatori come fonte di ispirazione per alcune delle posizioni disegnate  e così ho voluto ricreare una versione reale di quello che si vede nei fumetti e i ballerini facevano esattamente al mio caso.

4. Come scegli i ballerini da coinvolgere nel progetto? 

Attraverso un modulo di domanda sul sito Web. I ballerini si candidano, inviando una breve biografia, alcune fotografie  e spiegando perchè vorrebbero prendere parte al progetto. Finora ho ricevuto più di mille richieste e molti di questi ballerini sono davvero talentuosi. A volte è davvero difficile scegliere chi candidare. Sono rimasto sconvolto dal talento dei danzatori con cui ho avuto la fortuna di lavorare e sono sempre alla ricerca di volti nuovi.

5. Tra le location scelte per i tuoi scatti, sapresti indicarne qualcuna a cui ti senti particolarmente legato? Se si, per quale motivo?

Ognuno di questi luoghi mi ricorda qualcosa. Vivere a New York da ventidue anni, mi ha portato ad accumulare numerose esperienze, vissute proprio in alcuni di questi posti. Alcune buone, altre meno, ma tutte parte di quel mosaico che rappresenta la mia vita qui, come quella di chi proviene da un altro Paese. Sono infatti cresciuto sull’isola di Trinidad e Tobago e mi sono trasferito a New York quando avevo vent’anni. Alcuni mi domandano perchè non ritraggo anche altri luoghi della città, come Staten Island e il Bronx. Non si tratta di snobbarli, semplicemente non avverto con essi il feeling necessario. La connessione con i luoghi che fotografo, deve essere lì, presente, e spero si percepisca guardando le foto.

6. Ho letto che il tutto è iniziato come un hobby. Quando hai deciso di trasformarlo in un progetto professionale?   

E’ diventato un vero e proprio progetto di lavoro, quando ho firmato il contratto editoriale con Insight Edition. Prima che lo diventasse, era semplicemente un modo per esprimermi come artista, ricevendo occasionalmente delle chiamate per dei lavori retribuiti.

7. Qual è la caratteristica che preferisci in assoluto in un ballerino? 

La passione . Essa si percepisce dalle fotografie. Tutto il resto si può apprendere o può essere simulato, ma quando davanti all’obiettivo hai veramente qualcuno che ha dedicato la sua vita all’arte e ha voglia di farlo vedere, si sente. Viene fuori.

8. Il mio blog si focalizza sulle storie, professionali ed umane degli intervistati. Hai lavorato con molti artisti. C’è una storia che ti ha colpito più delle altre o che ritieni possa essere d’esempio?

Davvero tante ad essere onesto. Ciò che mi ha commosso di più però, è stata un’email ricevuta da qualcuno che ha visto il mio lavoro. Diceva di non avere minimamente idea di quella che lui definiva “roba di danza”, ma che vedendo una delle mie fotografie sui social, ha sentito qualcosa che non riusciva a spiegare, che non poteva toccare e, il coinvolgimento sperimentato davanti ai miei scatti, lo aveva spinto a recarsi ad uno spettacolo di danza e provare a conoscere qualcosa a cui non si era mai interessato prima. Ho pianto dopo aver letto questo messaggio.

9. Dance As Art è una presa di coscienza delle potenzialità dell’arte, nonchè una celebrazione del patrimonio artistico architettonico e paesaggistico di New York City. Condivido pienamente lo spirito del tuo progetto e penso che l’arte e la cultura siano essenziali  per la crescita delle città e delle persone che ci vivono. Mi piacerebbe conoscerne meglio gli obiettivi e le possibili evoluzioni.

Il libro in uscita il prossimo autunno, rappresenta il passo successivo. Credo che l’opera sia una dichiarazione circa l’importanza della danza e delle arti in generale, in luoghi come New York City. E’ estremamente difficile per ogni genere di artista, potersi permettere una vita a New York. I finanziamenti per le arti non sono abbastanza stabili. Voglio persone che vengano a vedere i ballerini nelle strade e si fermino a riflettere su quanto sia stata bella quell’esperienza, che la fotografia in movimento possa suscitare in loro la curiosità e la voglia di sostenere le arti andando ad uno spettacolo, o di fare in ogni caso, tutto il possibile per mostrare il loro apprezzamento agli artisti. Mi piacerebbe fare uno shooting fotografico in diverse parti degli Stati Uniti. E’ un Paese così bello e  internazionale.

10. Hai mai pensato di esportare Dance As Art in altri Paesi del mondo? In Italia ad esempio? 

Come ho già detto, mi piacerebbe immortalare lo spettacolo sulla strada, e sicuramente l’Italia, potrebbe essere una delle prime tappe.

11. Che significato ha per te la parola arte?

Arte per me è la definizione che la gente da a qualcosa che ha dentro di sè. E’ quel desiderio indomito di esprimere, di comunicare noi stessi, ciò che siamo, che sia danza, pittura, scultura, musica, fotografia, o qualunque altra forma di espressione artistica.

 

 

 

Una vita per la danza. Intervista ad Agnese Riccitelli

1. Agnese, innanzitutto grazie per aver accettato. Comincerei dal principio.      Come è stato il tuo primo incontro con la danza? Quanti anni avevi? 

Grazie a te per questa opportunità.

Il mio primo vestito di carnevale di carta crespa che mi fece mia mamma … avevo circa 3 anni, era da ballerina. Ho iniziato verso i 10 anni, esprimendo consapevolmente il desiderio di ballare.

2. Hai capito subito che la danza sarebbe stata la tua vita? 

Io credo di si, o comunque desideravo che lo fosse.

3. Le abilità acquisite e i risultati raggiunti, sono frutto di uno studio intenso e costante al quale tuttora ti dedichi senza sosta. Diplomata alla Scala, hai avuto modo di confrontarti con diversi insegnanti e di conseguenza, con diversi approcci. Nel rapporto allievo/insegnante, qual è l’aspetto che, secondo te non deve mai venir meno?

Il rispetto. E il “tifare” l’uno per l’altro. Sono una grande sostenitrice (non tutti lo fanno), del continuare a studiare, perché se stai quotidianamente dalla parte dell’allievo, diventa più facile stemperare certi modi troppo esasperati che ritrovo in alcuni insegnanti, nei confronti dei loro allievi. Non è con la correzione piena di “no” che si costruisce un danzatore, ma con i “ci sei quasi, non sei perfetto, riprova che andrà meglio”, E’ attraverso correzioni positive e propositive che si crea un allievo forte. E’ necessario coltivare la sua passione parallelamente alla crescita della sua stima .

4. Vai spesso a New York. Ho letto in una tua intervista che apprezzi l’atmosfera respirata nei Centri di danza della Grande Mela, e il rapporto che si crea con le persone. Quali sono le principali differenze tra la Scuola di pensiero americana e quella italiana nel metodo di insegnamento? 

L’accoglienza. Sei accolto per come sei. Non sei giudicato, non sei criticato. A loro non importa quanto sei bravo, quante piroette fai e quanto alzi la gamba. per loro tu sei “great” comunque, perché sei lì, a sudare, a metterti in discussione, a cercare dentro te stesso quel qualcosa in più. A volte ci si dimentica che studiare danza non è una gara con gli altri o contro gli altri, ma solo una gara con se stesso, un allenamento personale di forza, coraggio, resistenza fisica e amore per quello che si è scelto di fare.

5. Ho seguito il tuo percorso ad Italia’s Got Talent. E’ grazie alla tua partecipazione in TV che sono venuta a conoscenza di quello che fai e del tuo Centro Danzaricerca. Le tue coreografie mi hanno colpita e incuriosita. Non erano belle solo dal punto di vista estetico, ma raccontavano sempre qualcosa, una storia, una scena, un punto di vista e l’urgenza di comunicarlo agli altri. A tal proposito, ho letto degli spettacoli che hai realizzato con i tuoi allievi ed allieve, tra questi ” Dance Social Network- L’evoluzione delle relazioni e del modo di vivere con l’avvento dei Social”. Ha attirato la mia attenzione data l’attualità dell’argomento. Hai voglia di parlarmene? Come è nata l’idea, qual è il tuo pensiero a riguardo?

Certo. In quel periodo avevo iniziato a collaborare con FlashMobMilano (Creativi Digitali). Sono sempre stata curiosa e attenta all’evoluzione dei social. Con loro, al di là degli eventi organizzati insieme, quali flash mob e situazioni simili, ebbi modo di farmi delle chiacchierate sull’utilizzo dei social e su come versava il loro stato in quel periodo (2012). Twitter stava esplodendo. Io stavo cercando un tema x lo spettacolo di fine anno… e … boom, ebbi l’idea di scrivere una storia (semplice nella trama), che potesse raccontare dei social. Coinvolsi loro e, insieme a Cristina Usai e Daniele Giudici “impacchettammo” uno spettacolo davvero innovativo, dove le persone del pubblico potevano interagire con lo stesso, mandando degli sms in diretta, così  noi cambiavamo la scaletta in base alle risposte che ci arrivavano. E’ stata una bella esperienza.

6. Dal primo saggio del Centro Danzaricerca, nel 1984, gli spettacoli realizzati oltre a quello sopra citato, sono numerosissimi. Ho partecipato anch’io a dei saggi di danza, sia come allieva che per via del mio lavoro come maschera nei teatri, e so che ogni spettacolo ha qualcosa di speciale. Tra tutti ce n’è uno a cui ti senti legata più di altri?

Se ne cito uno escludo tutti gli altri e mi dispiacerebbe. Ogni volta dico: questo è il più bello. Ogni spettacolo racconta di ciò che siamo noi del Centro Danzaricerca in quel momento, e ogni step è prezioso in un cammino che non ha una meta o una fine.

Però posso dire di aver realizzato il mio “sogno nel cassetto” e lo voglio raccontare: 26 Novembre 2016 FEEL THE LOVE, con Sarah Jane Morris e Tony Remy. Lei cantante e autrice di testi straordinaria, lui uno dei più grandi chitarristi. Un concerto dove ho potuto scegliere le canzoni da loro eseguite e sulle quali ho creato delle coreografie, gran parte danzate con i miei allievi. L’evento era stato organizzato per la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, in collaborazione con il Comune di Cologno Monzese e grazie alla sensibilità dell’assessore alla cultura Dania Perego. Ecco, sono quelle esperienze che alla fine dici “ora posso morire contento”. L’ energia, l’amore, le emozioni e le vibrazioni che ho ricevuto in quell’occasione da parte di questi due grandi artisti, li conservo ancora nel cuore, come tesori preziosi.

7. Cosa ti piacerebbe fare che non hai ancora fatto?

Qualsiasi cosa mi dia la possibilità di crescere, sperimentare, e soprattutto emozionarmi ed emozionare.

8. Stai lavorando a nuovi progetti in questo momento?

Si, ho un paio di progetti a cui sto lavorando e per scaramanzia, non posso dirti altro.

9. L’anno appena trascorso è stato ricco di soddisfazioni e traguardi condivisi. Dietro ai risultati, sappiamo che sono immancabili le difficoltà. C’è una frase, un motto, un consiglio che ripeti a te stessa e a chi lavora con te (allievi e collaboratori), quando la fatica rischia di prendere il sopravvento?

Ce la posso fare. Facciamo la cosa più bella del mondo.

10. Attraverso il mio Blog, scelgo di raccontare il lato positivo, di portare avanti esempi di persone che con sacrificio, riescono oggi a vivere della propria passione. La storia di ciascuno di loro, può essere un monito per chi, dall’altra parte cerca la propria strada. Tra le persone che hai incontrato, c’è qualcuna che ti ha lasciato un’emozione, un ricordo particolare per via del suo percorso umano e professionale?

Mia mamma che non c’è più, è stata la persona che sapeva come calmarmi quando mi innervosivo troppo. Ha fatto in tempo a smussarmi gli angoli lasciandomi libera di essere quella che sono e lei ora, sta a modo suo, ogni giorno al mio fianco e mi da le risposte quando non le trovo.

Sara Jane Morris, per quello che ti ho raccontato sopra. Lei è straordinaria. E’ stata capace un anno fa, ad un suo concerto ( io ero seduta in prima fila), di dire al microfono: “Agnese, togliti le scarpe e vieni su a ballare.” Ho danzato Fast Car, il mio pezzo preferito, così, senza riscaldamento, senza prepararmi, in un palco pieno di cavi e microfoni … è stato fantastico.

La mia “famiglia”, che è tutto il Centro Danzaricerca e mi regala emozioni ogni giorno. Del resto, casa non è dove vivi, ma è dove ti capiscono. Loro mi sanno “prendere” per quello che sono e sanno sostenermi quando ne ho bisogno.

11. Un saluto agli amici di sognaecondividi?

Certo, per dire che la vita è piena di sorprese se sai metterti nella condizione giusta, quella di aprire le braccia ed allargare gli orizzonti, senza forzare le cose. I risultati arrivano se riempi di amore e sorrisi ogni tuo gesto, con quel briciolo di pazzia sana, e di leggerezza che ci rende capaci di volare sul mondo.

Un grazie a te Federica per questa preziosa occasione.

                                                                                                

Edhel: il fantasy che si fonde col quotidiano. Intervista al regista Marco Renda

1.  Ciao Marco, innanzitutto grazie per aver accettato la mia intervista. Parliamo subito di Edhel e del suo successo. Come ci si sente ad occupare il podio di una manifestazione così importante quale il Giffoni Film Festival?

Conoscevo il Giffoni Film Festival sin da bambino e arrivare in finale è stata di per sè, un’enorme soddisfazione. Una volta lì,ci siamo resi conto che il pubblico rispondeva bene. Non ce lo aspettavamo e per questo è stato ancora più entusiasmante. Arrivare poi secondi, con alle spalle un film della Sony e delle produzioni americane importanti, che si sono posizionate dopo di noi, è stato davvero un grande traguardo. Abbiamo provato un’emozione indescrivibile.

2.  Oggi si parla tanto di bullismo, soprattutto per via del legame insano, che spesso intrattiene col mondo del Web e dei Social. Cosa pensi in proposito?

Quello che sta succedendo oggi con il mondo dei Social è un processo piuttosto complesso, che ha il potere di amplificare comportamenti sempre esistiti, come appunto il bullismo. Ho visto per caso dei video, in cui ragazzine picchiavano violentemente delle loro coetanee e questo mi ha fatto riflettere. Di solito si parla sempre del ragazzino reso vittima di scherno, emarginato dal gruppo. L’aspetto femminile di questo fenomeno, viene fuori più difficilmente, ma esiste ed è in crescita. Ciò mi ha spinto a voler raccontare una storia, in cui la protagonista fosse una ragazza.

3.  Per quale ragione hai scelto questo tema per il tuo film?

Ripeto, mi sono semplicemente ispirato a ciò che ho visto. Non c’è alcun riferimento autobiografico. Ricordo di essere stato un bambino  più solitario rispetto ai miei coetanei. Semplicemente, avevo già da piccolo, gusti musicali, hobby diversi agli altri bambini della mia età e questo mi spingeva a restarmene talvolta in disparte.

4.  Nell’intervista rilasciata su Napoli Today, mi colpisce in particolare una tua dichiarazione: parlando della tua propensione per il genere Fantasy, dici che il presente e la realtà , non ti bastano. Mi piacerebbe approfondissi questo concetto.

Il cinema viene detto anche Settima Arte, dunque un’arte che ha la capacità di includere, contenere, tutte le altre. Il cinema consente di creare mondi e personaggi che nella realtà non esistono. Allora mi chiedo, per quale ragione  limitare la mia arte alla mera riproduzione ed interpretazione dei fatti che si verificano intorno a me? Sarebbe come avere un’automobile super prestante, super accessoriata, veloce, pazzesca e camminare sempre con la prima. Voglio avere la libertà di raccontare mondi diversi, di spedire una persona su un pianeta che non esiste. Il cinema me lo permette, è una sua peculiarità. Perchè non sfruttarla? Anche attraverso il Fantasy, si può raccontare  la realtà nei suoi aspetti più nobili e profondi e si può migliorare se stessi, rendere più sensibile il proprio punto di vista. In Italia c’è una difficoltà evidente a considerare il genere fantastico, come un genere di prima categoria. Si tende a considerarlo un genere inferiore, meno nobile rispetto ad altri, ma, ritengo sia un luogo comune del tutto infondato. Includo in questo pensiero anche la letteratura fantastica. Trovo ad esempio Il Signore degli Anelli, un romanzo espressivo e di spessore, al pari di molti romanzi basati su tematiche sociali come la famiglia, la malavita, ecc.

5.  Quale valore attribuisci alle parole immaginazione e creatività?

Io le associo ad una terza parola, che è libertà. Laddove riesco ad immaginare una storia, ancor prima di arrivare sul set, in fase di sceneggiatura, avverto un grande senso di libertà. Mi sento davvero libero, solo quando la mia mente riesce a viaggiare lontana, senza freni, senza limiti e, quando questo viaggio si trasforma in qualcosa di concreto come un film e riesce a dare emozioni ad altre persone, il cerchio si chiude, tutto torna.

6.  Tra i registi che hanno trattato e che trattano il genere Fantasy, c’è qualcuno in particolare a cui ti sei ispirato?

I registi di riferimento sono decine, ma quando parliamo di Fantasy, più che ad una versione dal sapore medievale, totalmente inventata, faccio riferimento a tutto il filone “spielberghiano” di fine anni Settanta, inizi anni Ottanta, poichè  riesce a creare il giusto connubio tra realtà, rapporto con i giovani e surreale, incarnato ad esempio nella figura di un alieno. Adoro tutti quei registi che sono stati in grado di combinare storie intime, quotidiane, di persone normali, ad elementi straordinari, fuori dalla realtà. Tra i registi più giovani, mi viene in mente Guillermo del Toro, che con Il labirinto del fauno, è riuscito a compiere un’operazione meravigliosa. Ecco, tendo a precisare che mi piace il Fantasy, ma più che il genere puro,amo le contaminazioni. Adoro quando i due emisferi, quello della realtà, del dramma, e quello della fantasia, si incontrano. Edhel appunto, presenta degli elementi surreali, insieme ad altri reali e tangibili.

7.  Sempre nella tua intervista su Napoli Today, dichiari che il cinema è il luogo nel quale riesci ad esprimere chi sei realmente. Quando hai scoperto la tua passione per il cinematografo? C’è qualcuno che ti ha indirizzato, incoraggiato nel seguire tale cammino e che oggi ti piacerebbe ringraziare?

E’ una domanda un po’ dura. Dura perchè, mio padre è venuto a mancare l’anno scorso, improvvisamente. Quello che posso dire, è che i miei genitori sono stati i miei primi fan  e se a 17 anni ho deciso di fare il regista, è perchè da quando ero piccolo, andavo al cinema con mio padre. Lui non aveva nessun legame con l’ambiente,era semplicemente un appassionato. Quando avevo 5 anni, mi regalò la trilogia di Guerre Stellari in VHS. Quello fu sicuramente l’inizio.

8.  Sappiamo bene che la produzione del Fantasy in Italia è piuttosto complicata. Nonostante si tratti di un genere fruito da un pubblico ampio e trasversale, e i film di fantascienza prodotti negli altri Paesi, riscuotono da noi un certo successo, non riusciamo ad essere competitivi. Cosa proporresti per cambiare tale dato di fatto?

Ci tengo a sottolineare che io ho trovato una produzione coraggiosa, la Vinians, che ha deciso di investire nel mio progetto. Molte delle produzioni in Italia invece, mancano di coraggio. Si muovono seguendo un iter abitudinario e sicuro riducendo i rischi ai minimi termini. Le motivazioni dal mio punto di vista, sono  due: la prima la giustifico, consapevole del fatto che il genere Fantasy richiede la disponibilità di budget molto alti. E’ ovvio che non possiamo competere con un continente come l’America, è un dato di fatto che non potremo mai investire cifre tanto alte. C’è oltre a questa, una seconda ragione, che invece non giustifico. Mi spiego. Non è vero che servono sempre cifre esorbitanti per realizzare un Fantasy. Si può costruire un film del genere, anche inserendo pochi effetti speciali ed elementi strutturali.

9.  Viaggiamo un po’ con la fantasia (tanto per rimanere in tema): se tu avessi in questo momento, l’opportunità di investire in un progetto in totale libertà,quale mito, storia, favola, ti piacerebbe raccontare?

Ce l’ho, ma non voglio svelare l’idea. Senza dubbio, farei la serie di Edhel.

10.  Ci stai già lavorando?

Sto sviluppando un soggetto di serie, ma per scaramanzia non dico altro.  Aspetto l’uscita nelle sale e la risposta del pubblico.

11.  Possiamo dire che i protagonisti del tuo film sono gli adolescenti?

In realtà no. All’interno del film racconto uno scontro generazionale, un rapporto difficile tra una madre in difficoltà (interpretata dall’attrice Roberta Mattei) e sua figlia Edhel (Gaia Forte), dovuto alla morte del padre di quest’ultima. Il terzo anello, quello che porta poi Edhel sulla strada del Fantasy, è il bidello nerd, un ragazzo ventenne un po’ disagiato, interpretato egregiamente da Nicolò Ernesto Alaimo. I personaggi morali in questo film, sono praticamente tutti. Abbiamo una donna e madre che soffre per la morte di suo marito ed è totalmente disincantata e una ragazzina a cui manca il padre. Nella comune difficoltà di superare il lutto, sorge un terreno di incomunicabilità tra le  protagoniste femminili. In questa situazione si inserisce appunto il bidello ventenne che trova in Edhel un alter ego, in quanto ambedue sono a loro modo degli emarginati. C’è ancora un altro personaggio e dunque un’altra generazione, il maestro di equitazione, che rappresenta il punto di vista granitico della storia e, il cui volto, è quello di Mariano Rigillo, colosso del teatro napoletano. Per tutti il messaggio è lo stesso, ovvero che talvolta, l’illusione e il sogno, possono dare la soluzione a problemi reali.

12.  Quanto ritieni sia importante il ruolo dell’arte e nello specifico del cinema, nella crescita e nell’educazione emotiva di quest’ultimi?

L’arte nella formazione di un individuo, soprattutto se bambino, o adolescente, ha un ruolo fondamentale. Un bambino assorbe come una spugna tutto ciò che vede e che sente. Io nel bene e nel male, sono il frutto di tutte le immagini che ho assimilato da piccolo, attraverso il cinema, la televisione, le mostre a cui  andavo con la scuola, o con la mia famiglia. L’arte è in grado di formarti, di sviluppare una sensibilità che ti permette di andare oltre la consuetudine di pensiero.

13.  Con il tuo primo lungometraggio, hai già raggiunto un traguardo significativo e ti auguro sia il primo di una lunga serie. Ti senti di dare qualche consiglio ai ragazzi e alle ragazze che studiano per affermarsi nel mondo della regia cinematografica?

Può sembrare scontato, ma il consiglio è quello di investire nella propria formazione. Per fare bene il mestiere del cinema, che sia come regista, tecnico del suono, o come attore, bisogna prima di tutto studiare. E’ vero, esistono i talenti, ma vanno coltivati. Credo che la formazione sia la chiave di tutto.

 

 

Intervista a Cristoforo Scorpiniti, in arte Crisco. Colore,luce e paesaggi incontaminati.

1 Ciao Cristoforo,sei giovanissimo ma con un notevole seguito. Hai iniziato a disegnare durante un periodo piuttosto buio della tua vita, in cui ti sei trovato improvvisamente senza lavoro.  Come è andata esattamente?

Ciao, puoi chiamarmi Crisco. Purtroppo in Italia succede che molti giovani vengono assunti  per un periodo determinato e spesso breve, per poi essere licenziati come accadde a me .Dopo circa 3 anni di lavori saltuari e mal retribuiti e l’ennesima delusione, decisi che dovevo cambiare qualcosa nella mia vita.

2  Quando hai scoperto la tua passione per il disegno?

Circa cinque anni fa intrapresi questa strada come autodidatta, anche se la passione per matite colori mi accompagna praticamente da sempre.  Un giorno presi dei pennelli, un lenzuolo di cotone e feci un telaio.  Iniziai per la prima volta in vita mia, a dipingere  e in quel momento  mi si aprì un mondo. Capii che quella cosa mi apparteneva,era dentro di me, era come se l’avessi sempre fatto.

3 Nei tuoi disegni fai un uso simbolico dei colori e rappresenti spesso paesaggi boschivi,nella loro natura incontaminata. Quale messaggio intendi comunicare attraverso le tue creazioni?

Come ti dicevo, da quel giorno è iniziato un percorso di scoperta e ricerca di me stesso e del mio stile pittorico e ovviamente per comunicare i miei pensieri e tutto ciò che mi piace e mi rappresenta,  cominciai prima di tutto con la simbologia dei colori e, in un secondo momento, presi  a realizzare scenari di vita naturalistici e di forte impatto emotivo , seppur nella loro semplicità. Vi ricorro spesso perchè mi piace pensare a un mondo non contaminato ,primitivo, magico. Sentivo però, che mancava qualcosa, così aggiunsi un pizzico di luce. Negli ultimi anni ho sempre pensato che l’umanità fosse avvolta in una sorta di oscurità. Ogni giorno apprendiamo notizie che ci fanno rabbrividire. Io nel mio piccolo, intendo esprimere un messaggio di “Speranza ,amore e libertà “ fondendo il tutto in uno stile pittorico, quello che oggi tutti possono vedere e che credo mi contraddistingua .

4 Oggi possiamo finalmente dire che riesci a vivere della tua arte. Attualmente, stai lavorando a qualche progetto in particolare?

Si dopo svariati anni di sacrifici, ora finalmente posso realizzare qualche mio sogno/ progetto e il primo è già una realtà, ovvero “Crisco Art Factory”  un laboratorio in cui creo prodotti innovativi, all’interno del quale trasformo le mie idee in qualcosa di concreto.  Uno dei primi progetti a cui mi sono dedicato e mi dedico, riguarda i miei Ciondoli Glow in the Dark ,ma questo è solo uno dei tanti che ho in mente .

5  Qual è tra questi il più importante, il tuo sogno nel cassetto?

Il mio sogno più grande è aprire una mia galleria nelle principali città del mondo, di modo che tutti possano ammirare le mie creazioni.

6 Prima di salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità, voglio farti un’ultima domanda: tra i tuoi amici, parenti, conoscenti, c’è qualcuno in particolare che ti ha sostenuto e che vorresti ringraziare?

Se dovessi ringraziare qualcuno dovrei ringraziare me stesso. Potrebbe sembrare egoistico ma fidati, non lo è. Per anni l’unico a credere nelle mie capacità, nelle mie idee e nei miei sogni sono stato io. Lo ripeto  spesso ai ragazzi che mi seguono su i social: CREDETE IN VOI STESSI E NELLE VOSTRE CAPACITA’ .Facendo sacrifici e lavorando ogni giorno, i risultati arrivano. Solo così penso, sia possibile realizzare i propri sogni.

 

Intervista a Matthew Totaro

 

1. NONOSTANTE TU SIA MOLTO GIOVANE, HAI UN CURRICULUM IMPORTANTE “PER TUTTI” DI SIANI, “ROMEO E GIULIETTA “DI DAVID ZARD CON COREGRAFIE DI VERONICA PEPARINI E REGIA DI GIULIANO PEPARINI, MA HAI FATTO MOLTO ALTRO. TRA LE VARIE ESPERIENZE LAVORATIVE CE N’E’ UNA O PIU’ DI UNA IN PARTICOLARE CHE TI PIACEREBBE RACCONTARE ? PERCHE’?

Non mi sento in nessun punto particolare della mia carriera, anzi penso assolutamente di essere ancora all’inizio, di avere ancora tantissima strada, però penso anche che, per una questione di talento, potrò riuscire a raggiungere tanti bei traguardi in modo da farmi ricordare dal pubblico e colpire alcune persone del mondo della danza. Spero di riuscire a prendere più lavori possibili, per fare esperienze e continuare a fare quello che amo, ancora per molto tempo, e cioè ballare!

Tra le molte esperienze lavorative sicuramente le più importanti sono state due: Romeo e Giulietta e Nemica Amatissima.

Ho iniziato Romeo e Giulietta a Torino a maggio del 2014, interpreto la parte del gatto e mi sono avvicinato allo spettacolo perché sono stato chiamato da Veronica Peparini e dalle persone che curano lo spettacolo che hanno ritenuto che fossi adatto a ricoprire questa parte. Per me è stato un grande onore perché inizialmente vedendo lo spettacolo pensavo di non esserne all’altezza; invece pian piano con un grande aiuto anche da parte loro e impegnandomi molto io nell’interpretazione e studiando i movimenti che i gatti proprio in sé per sé fanno, ho iniziato a tirar fuori un mio personaggio che, sebbene diverso da altri, facesse bene il suo lavoro per esprimere attraverso la danza le emozioni di Tebaldo al meglio. Quindi io non ero neanche tanto convinto di fare una cosa del genere… però le persone che hanno visto che sono dotato nel fare determinate cose mi hanno scelto per fare questa parte e oggi mi sento sempre più gatto, ogni spettacolo che faccio, tutto quello che faccio è curato sempre di più, anche un piccolo movimento, uno sguardo, una movenza, curo tutto nei minimi particolari per dare al pubblico la sensazione di vedere un animale su quel palco che prende sembianze sia umane che animali.

E ’ stato molto importante ricoprire la parte del gatto nello spettacolo Romeo e Giulietta anche perché è un ruolo che mi diversifica dall’essere un ballerino qualsiasi, inoltre ho la possibilità di rappresentare al meglio con le mie evoluzioni e i miei passi un personaggio molto importante, molto rilevante nell’opera che è Tebaldo. Il gatto è un po’ come se fosse l’ombra di Tebaldo, io ho la responsabilità di rappresentare anche le sue emozioni. In particolare questo è un personaggio mi ha dato la possibilità di fare una crescita personale, di imparare a conoscere ancora di più il mio corpo, la mia rabbia, le mie espressioni, la mia capacità di portare in scena la tristezza nel perdere artisticamente una persona con la morte di Tebaldo. Questo ruolo, questa storia, questo spettacolo mi hanno fatto conoscere anche tante cose di me stesso che non conoscevo. Prima ero molto più centrato sulla breakdance, sui passi che facevo, invece unendo la break, al teatro, alle emozioni e alle scene drammatiche, alle situazioni e all’ambito diverso in cui ti trovi, riscopri anche una parte di te stesso che non hai mai conosciuto, anzi la tiri fuori perché magari esisteva già però non è mai uscita… Facendo uno spettacolo del genere ho scoperto un altro Matthew, un altro personaggio che sta rinchiuso in me. In effetti fare per me il gatto è stato molto significativo, perché mi categorizza come un artista singolo, un professionista che ricopre una parte principale di un importante spettacolo.

Da settembre a novembre del 2016 ho avuto il grande onore di lavorare con Heather Parisi e Lorella Cuccarini in Nemica Amatissima, trasmesso poi su Rai 1 a dicembre. E’ stata un’esperienza unica nel suo genere per svariati motivi, innanzitutto per aver avuto la possibilità di lavorare in sala per alcuni mesi con due icone della danza, dello spettacolo e della tv, due grandissime professioniste da cui ho potuto imparare molto e carpirne i segreti. Inoltre ho lavorato ancora sotto la direzione di Veronica Peparini che stimo molto come coreografa e come persona e ho ritrovato colleghi e amici con cui avevo già condiviso altre esperienze, tutti professionisti di ottimo livello con cui è stato un piacere dividere il palco.

2. DA CHE COSA TRAI ISPIRAZIONE PER LE TUE COREOGRAFIE?

Per il momento io sono un danzatore, ma mi diverto anche a coreografare nei miei corsi e negli Stage che svolgo nella mia città e non solo. Mi piace molto creare delle coreografie, essere ispirato da una canzone e cercare di rappresentarla al meglio con i passi che mi vengono da immaginare; seguo l’istinto e mi diverto molto soprattutto negli Stage. Le lezioni nelle mie scuole o nelle scuole che mi invitano, sono occasioni in cui far divertire i ragazzi su una canzone di qualsiasi tipo essa sia perché i movimenti seguono per filo e per segno la musica… è molto divertente insegnare e spiegare alle persone che cercano di seguire quello che io sto immaginando, quello che io sto sentendo, capiscono come mi viene da esprimere la musica e in particolare mi piace insegnare perché amo vedere le persone che ridono quando faccio delle spiegazioni. Infatti cerco di essere sempre divertente nonostante la breakdance sia una disciplina difficile da svolgere, amo far prendere con divertimento l’apprendimento ai ragazzi, mi piace farli divertire mentre spiego una coreografia.

3.CERCANDO INFORMAZIONI SULLA TUA CARRIERA HO LETTO CHE TUTTO E’ INIZIATO DALLA BREAK DANCE E CHE DEVI MOLTO A QUSTA DISCIPLINA, MA QUANDO è INIZIATO IL TUO PERCORSO? ESISTE UN EPISODIO SCATENANTE O UNA PERSONA GRAZIE ALLA QUALE TI SEI AVVICINATO A QUESTO MONDO?

E’ iniziato tutto quando avevo 11 anni e ho visto da un amico di mia sorella alcune movenze di breakdance. Mentre ballava sono rimasto subito molto colpito quindi è stato un amore a prima vista! Dal giorno dopo non c’è stato giorno in cui non abbia ballato, non abbia provato a fare delle movenze di breakdance e poi pian piano questa cosa si è fortificata sempre con costanti allenamenti e col passare degli anni la passione per la breakdance è sempre cresciuta. Insieme a degli amici ho poi creato una crew chiamata i Knef. Appartenere ad una Crew vuol dire far parte di una famiglia, con i ragazzi del gruppo infatti si condivide tutto, le situazioni positive e le situazioni negative, in particolare ci si viene incontro quando c’è bisogno di aiuto. I ragazzi del gruppo diventano veri propri fratelli e in effetti ci si può contare sempre, soprattutto quando c’è bisogno veramente. In una crew ognuno ha un compito da portare a termine per far sì che la Crew sia sempre in salita, mai in discesa. La cosa più bella è condividere tutto, dividere responsabilità, impegni, situazioni di competitività. Con la mia crew Knef, dal 2012 in poi, da quando cioè abbiamo iniziato a stringere i rapporti con i DeKlan, e a fortificare la nostra collaborazione con loro, ho iniziato a partecipare non solo alle competizioni italiane, ma anche a quelle estere poiché molti esperti della scena della breakdance internazionale invitano i DeKlan per rappresentare la nostra nazione al meglio nelle competizioni mondiali. Questi appuntamenti sono ovviamente saltuari, cioè sono organizzati in periodi precisi dell’anno. Noi DeKlan abbiamo sempre un buon riscontro perché cerchiamo di portare sempre a casa un esito positivo.

4. C’E’ QUALCUNO CHE VORRESTI RINGRAZIARE? QUALCUNO IN PARTICOLARE CHE HA COLTO LE TUE DOTI? CHI CONSIDERI SIA STATA LA TUA OPPORTUNITA’?

Il mio primo grazie va ad Alessandro Siani che quando ero ancora molto giovane mi ha dato l’opportunità di esibirmi insieme alla mia crew nel suo show.

Esibirsi nella città di Napoli per me è sempre un piacere perché il popolo napoletano è un popolo pieno di arte e quindi di conseguenza il teatro a Napoli dà una soddisfazione immensa. Il popolo napoletano è sempre vissuto di spettacolo, di arte, di teatro, di musica, di comicità e quindi è supergratificante esibirsi sul palco davanti a questo pubblico. Non che non sia un piacere esibirsi davanti al pubblico di altre città, ma la differenza per me esiste. Danzare, ballare, far vedere la mia arte dove sono vissuto, dove sono cresciuto, dove magari qualcuno in passato mi ha anche visto e ha pensato che la mia danza fosse uno scherzo e invece oggi mi trova su dei palchi incredibili, è una soddisfazione unica e Siani è stato il primo a portarmi sui grandi palchi di Napoli Il mio grazie va però anche e soprattutto a Veronica e Guliano Peparini che hanno creduto in me a partire da Amici di Maria De Filippi, che successivamente mi hanno portato a Romeo e Giulietta, a lavorare ad Amici come professionista , a Nemica Amatissima, allo Schiaccianoci, a far parte del corpo di ballo del concerto di Alessandra Amoroso… Ho vissuto moltissime situazioni diverse con loro che hanno sempre saputo valorizzare la mia arte ed il mio talento facendomi scoprire anche aspetti nuovi e dandomi la possibilità di crescere e migliorare professionalmente. Ho collaborato anche con Emanuele Laccio per Dance Dance Dance e per Facciamo che io ero lo show di Virginia Raffaele e con molti altri coreografi e registi e devo dire che a ognuno va il mio grazie perché ogni esperienza mi ha arricchito.</>

La danza mi ha fatto conoscere da tante persone e sono sempre più grato ad essa per questo, molte persone hanno un lavoro ma non sono soddisfatte della propria vita e si aggrappano a quello che trovano per andare avanti e, rispetto a me che ho fatto di una passione il mio lavoro, sono in una situazione più difficile. Io mi pongo sempre degli obiettivi ed è una grandissima soddisfazione arrivare a questi obiettivi per diventare sempre più conosciuto e attivo nel mondo dello spettacolo.

5. PENSANDO AL TUO PERCORSO, QUALI SONO STATE LE TUE PIU’ GRANDI SODDISFAZIONIE CHE COSA TI PIACEREBBE ANCORA ESPRIMERE E REALIZZARE?

Il successo non è altro che una conseguenza della propria arte, di quanto uno è bravo e riesce a rimanere impresso, a dare energie positive alle persone, le persone stesse ti ridaranno comunque energie positive indietro ed esse sono la forza per fare bene il tuo lavoro e per cercare di rimanere comunque ad alti livelli.

La breakdance è importante per me, è la situazione che mi ha cresciuto, che ho sempre vissuto, che mi ha sempre dato e continua a darmi tanto, partecipare ad eventi nazionali ed internazionali, a giurie , a workshop e soprattutto continuare a insegnare alle nuove leve, ai giovani, alle persone che hanno voglia di farlo, è molto importante sia per me stesso che per gli altri, prima di tutto perché continua farmi crescere e mi da’ la possibilità di divulgare quello che ho imparato negli anni e secondo perché gli eventi e le situazioni a cui partecipo ormai fanno parte di me.

6. TI SENTI DI DARE DEI CONSIGLI A CHI STUDIA PER INTRAPRENDERE UNA CARRIERA NEL MONDO DELLA DANZA E DELLO SPETTACOLO?

La danza permette di esprimere se stessi e di esprimere ciò che senti con la musica e con il ritmo e di far uscire tutto te stesso con i movimenti. La danza è per tutti e dovrebbero farla tutti o comunque tanti perché può essere una valvola di sfogo, un grande aiuto per le persone che non riescono ad esprimere se stessi con le parole, ma possono farlo con i movimenti e con il corpo. Quando dico che la danza è per tutti intendo comunque che è per tutti naturalmente in base alle proprie capacità. Credo che provandoci chiunque possa riuscire a fare delle cose che non si era mai aspettato di fare. La danza dovrebbero praticarla tutti, è per tutti perché è vita, è sfogo, è rappresentare se stessi e tirar fuori tutte le emozioni che si hanno dentro.

La danza come professione invece non è una cosa che tutti possono fare … se ballare è per tutti, fare della danza un’arte e una professione è per chi ha determinate qualità fisiche e capacità motorie. Servono lo studio, la tecnica, l’impegno, la costanza, ma anche la capacità di collaborare con gli altri, di vivere nel gruppo.

La maggior parte di spettacoli che ho fatto sono stati lavori collettivi, di condivisione, di gruppo, al lavoro c’erano più persone ed è stato molto bello, nel lavoro di gruppo c’è sempre un arricchimento. Nascono tante idee, ti connetti con le persone, crei un feeling fortissimo, non bisogna trascurare il proprio lato personale perché comunque personalmente devi cercare sempre di migliorarti. Nonostante tu faccia parte di una compagnia, devi sempre fare una ricerca personale del tuo stile, della tua evoluzione perché per un ballerino è importante avere tecnica, coordinazione, lavorare bene in gruppo, ma anche essere molto preparati a livello mentale.

La crescita di un danzatore non sta solo nella pratica e nella tecnica, ma anche nell’essere ordinato a livello di pensieri, è necessario stare sempre concentrati.

7. QUALI SONO I TUOI PROSSIMI PROGETTI?

Ho già raggiunto tanti traguardi: nel triennio 2014/2017 ho calcato le scene dei teatri più importanti d’Italia ( e anche quelli della Svizzera e della Turchia) con Romeo e Giulietta Ama e cambia il mondo, sono stato negli studi di Cinecittà come professionista per Amici di Maria De Filippi, nel Teatro 5 per Nemica Amatissima, al Teatro dell’Opera di Roma per Lo Schiaccianoci, al Teatro San Carlo di Napoli per lo show Dieci volte dieci con Maradona e poi nuovamente in tourneè nei teatri più importanti con Il principe Abusivo di A. Siani e ancora all’Arena di Verona con Alessandra Amoroso e a Cinecittà Studios per il Facciamo che io ero show…ma nonostante questo chissà quali novità ancora ci saranno. Un ballerino deve sempre investire su se stesso per raggiungere nuovi traguardi, deve sempre fare di più per arrivare sempre più in alto. Progetti per il futuro… beh ci sono state diverse proposte che ho rifiutato per scelte artistiche, però sono convinto che continuando a fare ciò che sto facendo nel mio mondo e anche nel mondo dello spettacolo, avrò sicuramente nuove proposte, già ci sono già alcune cose in progetto… bisogna saper vivere alla giornata e scoprire con entusiasmo e fiducia cosa riserva il futuro. Sicuramente mi vedrete ancora molto presto in scena, mi vedrete di nuovo all’opera, continuate a seguirmi sulla mia pagina e saprete cosa farò nel futuro al più presto.

Pagina Facebook: matthew knef crew

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Pablo Neruda

Pablo Neruda

Il 12 Luglio del 1904 nasceva Pablo Neruda…
“Ognuno ha una favola dentro,che non riesce a leggere da solo.
Ha bisogno di qualcuno che,con la meraviglia e l’incanto negli occhi,
la legga e gliela racconti”.

Ho sempre pensato che ognuno di noi agisca in base all’ aspettiva che ha di se stesso.
Per quanto sia in ogni caso nostra, la responsabilità delle persone
che siamo e di quelle che diventeremo, coloro che incontriamo, possono fare la differenza.
Possono rappresentare la nostra opportunità.

One word Creativity

testo alternativo

One word Creativity  “Mia madre mi disse che io ho cominciato a danzare ancora prima di nascere.
Pare che sentisse i miei piedini che tamburellavano per mesi dentro di lei.”
Ginger Rogers 16 Luglio 1911

A volte è tremendamente inequivocabile,ma non è la regola….
Se così fosse,avremmo forse risolto molte, delle comuni umane paturnie.
Molto più di frequente,succede che si ha difficoltà a capire, o riconoscere, le
proprie qualità e inclinazioni,ma ciò non vuol dire che non esistano.
Ciascuno di noi può dare il proprio meglio in qualcosa.
Auguro a tutti voi una splendida domenica.
#OmaggiandoGinger #Riflettendo #OneWordCreativity #DreamAndShareIt