I.D.A: International Dance Award, il premio Internazionale dedicato alla danza d’autore, replica in tempi record nella cornice romana del Teatro Greco

Appena 6 mesi fa, lo scorso 6 Aprile, I.D.A. International Dance Award, esordisce nella splendida cornice del Teatro Verdi di San Severo in Puglia e, nel giro di pochi mesi, replica al Teatro Greco di Roma, domenica 1 Dicembre 2019, con un’intera giornata dedicata alla danza contemporanea d’autore.

Un sogno per l’ideatrice e organizzatrice del concorso, Rossella Damone (intervista), che si realizza e cresce velocissimamente, forse oltre le aspettative, configurandosi come terreno di opportunità per coreografi e giovani talenti. Nel corso della giornata sono previsti workshop e stage mentre in serata avrà luogo una competition sotto forma di gala aperto al pubblico, con esibizioni di altissimo livello, seguito dalle premiazioni a coreografi e allievi decretati vincitori.

Mauro Bigonzetti, coreografo internazionale, già direttore di Aterballetto e della Scala di Milano, Mario Marozzi, étoile internazionale  del Teatro dell’Opera di Roma, Produttore Milleluci Entertainment nonché Direttore Artistico dell’intera manifestazione- indissolubilmente legato a tutti gli eventi correlati a I.D.A.-  e Valerio Longo, performer e coreografo internazionale (leggi anche), sono i nomi dei docenti che hanno deciso di prendere parte a questa iniziativa mettendo a disposizione la loro professionalità, frutto di un instancabile lavoro e di un amore incondizionato, quello per la danza, quale vera e propria scelta di vita.

Aspettando con ansia il gala del 1 Dicembre, ringrazio Rossella Damone per avermi invitata, ma anche, e soprattutto, per il suo impegno in quella che, oltre ad una passione personale, si concretizza nell’opportunità per altri di dimostrare il proprio talento e di vivere un’esperienza importante di crescita e di scambio. Questo è esattamente ciò di cui il mondo della danza – e non solo- ha bisogno oggi.

Per info e regolamento scrivere a:  i.d.a. concorsodanza@gmail.com

oppure visionare la Pagina Facebook: I.D.A-International Dance Award Città di San Severo

The White Crow: cosa ti spinge a fare ciò che fai?

Ad una settimana dall’uscita nei cinema italiani, The White Crow conquista il podio nella classifica al box office, seppur preceduto da Arrivederci Professore al secondo posto e Toy Story 4 al primo.

Il film di Ralph Fiennes sulla vita del ballerino sovietico, inizia su un treno in corsa, quello su cui Rudolf Nureyev è venuto al mondo e prosegue raccontando l’infanzia e la giovinezza del protagonista, attraverso un flusso di coscienza fatto di ellissi temporali, senza soluzione di continuità o particolari sottolineature stilistiche, tranne nelle parti che ritraggono Nureyev bambino, in cui la scelta ricade sul bianco e nero.

Focalizzato su uno dei momenti cruciali della carriera e della vita del danzatore, il film racconta il suo primo viaggio fuori dall’Unione Sovietica, quando Nureyev mette piede all’ Opéra di Parigi insieme agli altri ballerini del corpo di ballo di Leningrado e dimostra chi è, deciso ad operare una vera e propria rivoluzione nel mondo del balletto, rendendo giustizia alla figura maschile subordinata fino ad allora, a quella della sua partner femminile. Al di là della vicenda biografica più o meno nota ad appassionati e non, ci sono due aspetti che hanno catturato la mia attenzione in modo particolare:

  • la sete di sapere, di conoscere, di vedere, nella parte relativa al contesto parigino, in cui Nureyev coglie ogni occasione per ammirare i luoghi simbolo della cultura e dell’arte cittadina;

  • la riflessione sul significato della danza, quando il maestro e mentore Alexander Pushkin (interpretato dallo stesso Ralph Fiennes), lo incalza, chiedendogli ripetutamente che senso ha danzare.

    In relazione al primo, non ho potuto fare a meno di considerare la lungimiranza del giovane protagonista, la sua capacità di emergere, di andare oltre, di aver intuito quanto le altre arti, tutte le arti, dalla pittura, all’architettura, alla letteratura, fossero indispensabili alla danza; quanto la relazione, la contaminazione delle stesse, sarebbe stata in grado di rivitalizzarle nel tempo, di aggiungere valore a ciascun linguaggio preso singolarmente.

Per quanto concerne il secondo, il ragionamento ricade sul tema del senso. Qual è il senso della danza? Perché un ballerino balla? Per mostrare una tecnica perfetta? Per far divertire il pubblico? Nessuna delle due. Nessuna delle infinite risposte sicuramente giuste, ma accessorie rispetto alla motivazione vera che vale per la danza, la pittura, la fotografia, la poesia ecc; nessuna davvero importante se alla base di tutto non c’è una storia , un punto di vista da esprimere, una necessità di raccontare la propria, personale narrazione.

La storia, l’urgenza di dire qualcosa, equivale all’identità e non solo quando si parla di arte o di cultura. La storia è il differenziale, è il progetto, è l’elemento di distinzione tra un individuo e un altro, è la sostanza. La storia è quella in cui gli uomini e le donne si immedesimano o si distinguono, quella di cui si ricordano. Questo è successo a Nureyev e a tanti che come lui, hanno lasciato un’impronta nella memoria collettiva.

Ad ogni modo, tutti abbiamo una storia e allora chiediamoci: qual è il nostro linguaggio? Come possiamo raccontarla al meglio e fare la differenza in ciò che facciamo?

I. D. A International Dance Award: Intervista a Rossella Damone

Il 6 e 7 Aprile 2019, la città di San Severo in Puglia e il Teatro Giuseppe Verdi si preparano ad accogliere un grande evento dedicato alla danza e a tutti gli amanti di questa meravigliosa forma d’arte.  Ma  andiamo a conoscere meglio la fondatrice di questa iniziativa. Di seguito l’intervista a Rossella Damone

Prima di svelare i dettagli di questo splendido progetto, mi piacerebbe parlare un po’ di te e della tua passione per la danza. Tu stessa hai studiato per molti anni danza e sei stata una ballerina professionista, ma raccontaci come è avvenuto l’incontro con questa disciplina…

L’incontro con la danza lo devo alla mia mamma. È stata lei che, amando la danza classica, mi portò in una scuola che si trovava esattamente di fronte casa mia. Forse un segno del destino. Fu amore a prima vista, lo stesso che ho provato quando, per la prima volta, sono entrata in un teatro, il nostro bellissimo teatro. Il colore rosso e la morbidezza del velluto delle poltrone, quel lampadario enorme che mi appariva misterioso e il palcoscenico con quelle grandi tavole di legno che luccicavano sotto l’effetto delle luci. Era tutto talmente affascinante e magico che, già così piccolina ne sono rimasta rapita…per sempre… E poi ho avuto la fortuna di incontrare una maestra che mi ha trasmesso per quest’arte sublime una passione infinita. La danza racchiude tutto : c’è la musica, ci sono le scenografie e i costumi, c’è l’estro del coreografo, la capacità interpretativa e atletica del danzatore…e il suo cuore. Cosa desiderare di più? L’amore per la danza è per me un grande compagno di vita. Chi mi conosce lo sa bene.

Ma ora raccontaci di questo progetto: da quanto hai iniziato a pensarci? Cosa significa per te I.D.A.? Qual è il tuo obiettivo in merito a tale iniziativa?

L’idea ha preso corpo l’estate scorsa. Il mio più grande desiderio è di poter restituire a questo teatro, almeno in piccola parte,  l’immensa gioia che lui ha regalato a me nei 30 anni in cui ci ho ballato. In questi anni è stato fatto molto per dare luce al teatro Verdi e io volevo dare il mio contributo. Ho iniziato a sperare che delle stelle di prima grandezza nel panorama internazionale della danza potessero scoprire sul nostro palcoscenico dei possibili talenti e, nello stesso tempo, che i nostri ragazzi non fossero costretti ad affrontare lunghi viaggi per avere l’opportunità di essere notati o semplicemente di riuscire ad avvicinare tali eccellenze del mondo coreutico, così come invece era capitato a me da piccolina. Volevo rendergli più semplice vivere un’esperienza così splendida, motivante ed entusiasmante, la stessa che avrei voluto vivere anch’io da allieva nella mia Città. Il nostro bellissimo Teatro merita un grande Concorso e i nomi coinvolti in quest’ iniziativa sono davvero di assoluta eccellenza. La presenza di professionisti di questo livello va al di là delle mie aspettative. La mia ammirazione nei loro confronti è immensa e non li ringrazierò mai abbastanza per aver aderito alla mia richiesta. È per me un sogno che si realizza insieme a quello di tanti giovani promesse.

Il concorso vedrà coinvolte diverse scuole di danza. Qual è l’età media dei partecipanti? Cosa ti aspetti emerga dal confronto tra i concorrenti?

Sono previste due categorie: juniores 12/17 anni e seniores 18/25 anni. Mi aspetto una sana competizione, ma soprattutto di realizzare per 2 giorni una grande festa della danza da cui si sprigioni una bellissima energia positiva che scaturisca dai sogni, dalle ambizioni e dalle speranze di tanti giovani ballerini e ballerine, provenienti da contesti ed esperienze diverse ma in sintonia tra loro, perché uniti da una sola grande passione per l’arte, che raduna e che nutre gli animi.

Cosa pensi della condizione della danza in Italia oggi? Cosa ti piacerebbe migliorare e in che modo?

Premesso che si può sempre fare meglio, penso che la danza purtroppo, pur essendo in tantissimi quelli che la amano, ha sempre meno spazio e meno strumenti che l’aiutino ad esprimersi nei teatri e in televisione nel modo che merita. Auspico che le cose cambino grazie ad interventi mirati e che si agisca sempre più nel segno della qualità e della professionalità perché solo dove c’è qualità e professionalità, c’è arte e bellezza.

 

Purple rain: l’interpretazione “liquida” della pioggia viola

«When there’s blood in the sky, red and blue goes to purple… Purple rain pertains to the end of the world and being with the one you love and letting your faith/god guide you through the purple rain»

Sono queste le parole usate da Prince  per descrivere la pioggia viola o pioggia di porpora, come la si vuole chiamare. Poche parole per definire in modo univoco il significato dell’espressione Purple rain. La storia grosso modo è questa: nel 1983 Prince rientrava  a  Minneapolis, città natale, dopo il tour per l’album 1999 e si preparava a fare il suo primo concerto al club First Avenue. Nel frattempo il numero dei fans era aumentato e nella sua testa aveva iniziato a pensare ad una sceneggiatura sulla sua vita/carriera introducendovi i brani del  nuovo album, tra i quali  la canzone che avrebbe poi dato il titolo al film. Purple rain esce il 25 Giugno del 1984 per la Warner Bros Records, ed è il primo lavoro per cui Prince si avvale di una band in studio, Prince and The Revolution, il cui nome verrà conservato nella versione cinematografica. Prince veste i panni del suo alter ego Kid, personaggio egocentrico e controverso, dalle grandi potenzialità, ma incapace di lavorare in sincrono con gli altri musicisti. Discute continuamente con le ragazze della sua band oltre che con le band rivali, mentre la vita privata non va affatto meglio. I genitori litigano spesso e il padre, in preda alla rabbia e alla frustrazione per aver fallito come musicista e come marito, picchia la madre. In tutto questo incontra Apollonia, aspirante cantante e tra i due nasce una reciproca attrazione. Nel rapporto di coppia, Kid scopre una parte di se stesso che lo rende simile al padre e che induce Apollonia ad allontanarsi e  accettare l’offerta di cantare per la band rivale.

Le note di Purple rain si affacciano timidamente nel corso delle scene, sotto forma di una musicassetta che Kid /Prince cerca più volte di ascoltare per poi interrompersi. Si tratta di un brano scritto dalle ragazze della rock band per lui, ma che fino alla fine si rifiuta di cantare. Tutto sta per naufragare: carriera, vita sentimentale e familiare che finisce in tragedia, con un colpo di pistola partito al culmine dell’ennesimo litigio e che riduce il padre in fin di vita.

Trovarsi di fronte alla sciagura, si rivela come una scossa nella testa di Kid, gli pone davanti uno scenario aberrante nel quale vede materializzarsi la sua più grande paura: fare la medesima fine dei genitori. Faccia a faccia col peggiore degli incubi, dopo aver sfogato la rabbia e messo a soqquadro la cantina, trova gli spartiti del padre e in uno stato di rinvenuta lucidità, realizza che è ancora in tempo per invertire la rotta. Si siede al piano e rimette su la musicassetta; Purple rain prende finalmente vita nella piena desolazione, come una luce nel buio più profondo, come un fiore in mezzo alle rocce più aride. Per Kid è  l’ultima possibilità di salvare la carriera, sa che può sparire o rinascere e non sono ammesse vie di mezzo. Purple rain è pronta e lo sono anche lui, gli altri membri dei The Revolution e il pubblico del First Avenue. Prima di cominciare, Kid dichiara di voler dedicare quel pezzo a suo padre e decide di rendere giustizia alle ragazze ringraziandole prima di esibirsi, per aver scritto e composto il brano. La musica parte e il pubblico è come ipnotizzato da una pioggia di emozioni. Il seguito lo conosciamo, un successo travolgente e leggendario, trasformatosi nella realtà, in un Oscar vinto per la Miglior colonna sonora originale e  milioni di copie vendute negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

Comunque, di cosa sia questa pioggia viola, nessuno ha certezza e tutti continuano a chiederselo da quel lontano 1984. Leggendo e ricercando a mia volta una risposta, ne ho trovate tante e disparate, tutte plausibili, ma nessuna certa e incontrovertibile. Cosa potesse significare realmente per Prince, credo che non lo sapremo mai, ma il punto è l’emozione che suscita in ciascuno di noi l’ascolto di Purple rain. La pioggia viola può assumere mille forme e incarnare altrettanti stati d’animo; può rappresentare le lacrime dopo una delusione, dopo una fatica e lo stremo per le botte ricevute; può diventare la libertà di chiudere gli occhi e lasciarsi andare, lasciar fluire le proprie emozioni intime, pure, incontenibili come la pioggia che cade e scorre a rivoli sul terreno; può essere il racconto di una bella storia d’amore o un manifesto di scuse, se ci si sofferma a quanto suggerisce il testo, ma, ad ogni modo, il bello di Purple rain risiede nella liquida consistenza della sua interpretazione che, come il liquido, assume naturalmente le fattezze del suo contenitore. Quei contenitori siamo noi, ciascuno unico, ciascuno diverso.

Di seguito i link per ulteriori approfondimenti

https://biografieonline.it/biografia-prince
www.rollingstone.it/musica/news-musica/purple-rain-la-rivoluzione-di-prince/371229/#Part11

Dalla periferia di Brooklyn a New York, Tony Manero prima e dopo

“L’unico modo per sopravvivere, è fare ciò che si ritiene giusto, non quello che gli altri cercano di convincerti a fare. Se gli permetti di farlo, finisce che diventi un infelice” .

Con questa massima Frank congeda suo fratello minore Tony Manero. Tony è un ragazzo cresciuto nella periferia di Brooklyn, frequenta una compagnia di scapestrati e attaccabrighe, ma lui ha un potenziale rispetto ai suoi amici e non si tratta solo della capacità naturale di impadronirsi della pista da ballo, ma della voglia di essere una persona migliore. Saturday Night Fever rappresenta un’epoca, ridipinge gli anni ’70 attraverso le musiche, ma anche gli eccessi, i conflitti di una multietnia che mal si sopporta e un racconto della sessualità privata di qualsiasi romanticismo. In questo contesto, Tony Manero incarna la voglia di riscatto e il rifiuto di accontentarsi. Nel primo capitolo della vicenda, è ancora troppo immaturo, avverte che il ballo è l’unica cosa che lo carica e lo porta via da una situazione familiare nella quale non si sente valorizzato e che intacca in modo pesante la sua autostima, ma non è in grado di visualizzare degli obiettivi chiari. Tony è considerato un leader dai suoi pseudo amici e le ragazze fanno di tutto per attirarne l’attenzione, ma lui si infatua di Stephanie Mangano (Karen Lynn Gorney), con la quale si dovrà accontentare di fare coppia nella gara di ballo senza ottenere nulla di più.  Nonostante il mito creatosi intorno al personaggio di Tony Manero, soprattutto grazie all’interpretazione di John Travolta, abbiamo di fronte un giovane senza arte né parte, ma dotato di due qualità estremamente significative: buona volontà e onestà intellettuale. La prima ad esempio, si evince nell’impegno profuso all’interno del colorificio nel quale lavora per quanto, la sola idea di invecchiare lì dentro lo terrorizzi.

La seconda, dopo la gara di ballo in discoteca, in cui è l’unico a non gioire della  vittoria ottenuta. La sfida finale avviene infatti contro una coppia di portoricani di cui Manero riconosce la superiorità, cedendogli indignato il premio del vincitore. Nessuno comprende il suo gesto, neanche Stephanie e Tony si sente un pesce fuor d’acqua che dell’ammirazione fasulla e gratuita, non sa che farsene.

La morte di uno dei suoi amici, finito giù dal ponte di Brooklyn a causa di una bravata, è la goccia che fa traboccare il vaso e spinge il protagonista, ormai saturo, ad allontanarsi da tutto e tutti. La sera stessa della tragedia, raggiunge Stephanie nel suo appartamento di Manhattan e il film si conclude con una stretta di mano e un abbraccio tra i due, dopo che Tony le comunica di volersi trasferire nella Grande Mela e ricominciare da zero. Che fine farà il nostro eroe? Lo sapremo 6 anni più tardi, nel 1983, quando Sylvester Stallone deciderà di scrivere, dirigere e produrre il sequel Staying Alive, occupandosi personalmente della preparazione atletica di John Travolta. Saturday Night Fever non è una commedia musicale come molte altre, in cui prevalgono senso di evasione e ottimismo, ma si avvicina molto di più al dramma, trattando le vicissitudini dei protagonisti con realismo talvolta distopico.

Nel secondo capitolo troviamo un Tony più maturo, sia fisicamente che intellettualmente, molto più consapevole delle sue qualità e deciso a diventare un ballerino professionista. Ha una storia con la sua amica Jackie (Cynthia Rhoders), mentre si vede con altre e resta colpito dalla prima ballerina Laura (Finola Hughes), capricciosa e arrivista, ma, in fin dei conti, Tony è concentrato sulla sua carriera ed è distaccato, a tratti cinico e opportunista suo malgrado. In conclusione vince e si riscatta, ottiene la parte di primo ballerino in uno show teatrale di Broadway, conquistando il coreografo, più che per le doti artistiche, per l’energia che trasmette danzando e grazie alla quale, arriva ad emergere rispetto a chi tecnicamente è più preparato, restando però un freddo esecutore. Entrambi i film lasciano un senso di incompiutezza dato dal fatto che non mettono realmente un punto alla storia, ma hanno il merito di aver raccontato uno spaccato socioculturale, catturandone i tratti salienti e dando anima ad un personaggio controverso, con i suoi mille difetti e conflitti interiori, in grado però di cambiare gli aspetti meno felici della sua esistenza, attraverso la forza della determinazione. Il mito di Tony è il mito dell’uomo comune in bilico tra realtà e aspettative, il cui dramma si intensifica con l’aumentare del divario tra l’una e le altre. E’ il mito di colui che ha fame, che desidera perennemente qualcosa di più, e in effetti non sapremo quanto dureranno l’euforia e il senso di appagamento per aver tagliato il traguardo. Il mito di Tony Manero è il ritratto di un topic, di una condizione innegabile e inguaribile della natura umana, in qualsiasi epoca o contesto sociale, familiare e culturale più o meno privilegiato. E’ forse questo a renderlo intramontabile?

Singing in the Rain: il cinema che parla del cinema

E’ buio, piove a dirotto e tutti corrono a ripararsi, ma lui balla e canta sotto la pioggia, gioca  e sorride felice. Il motivo? Semplice, è innamorato. Questa scena rappresenta la descrizione per eccellenza di uno stato d’animo di beatitudine e nonostante risalga a decenni addietro, conserva intatta la sua essenza. Singing in the Rain è una bella storia d’amore, nata da un’incontro fortuito quanto improbabile, tra il divo del cinema muto Don Lockwood (Gene Kelly) e l’aspirante attrice Kathy Selden (Debbie Reynolds). Protagonista però, non è la vicenda sentimentale, ma il cinema che racconta se stesso e i suoi retroscena in un momento cruciale della sua storia, ovvero il passaggio dal muto al sonoro dopo il successo de Il cantante Jazz di Alan Crosland.

Racconta come molti, considerati dei grandi attori in un cinema fatto di espressioni, gesti, didascalie e musica d’atmosfera suonata ancora dal vivo, con l’avvento del sonoro, non si rivelano all’altezza. Con intelligenza e ironia, Singing in the Rain svela che il cinema è nient’altro che un trucco e lo è anche l’immaginario che si crea intorno ai suoi protagonisti. Nonostante ciò, non intacca neanche per un attimo, l’aura di questa meravigliosa macchina dei sogni, dentro la quale tutto è possibile.  A mio avviso, le scene esemplari in tal senso sono almeno tre: quella di apertura, l’anteprima del primo film sonoro e la scena finale in cui avviene la pubblica umiliazione della diva Lina Lamont (Jean Hagen) e la consacrazione della sua doppiatrice Kathy Selden, vera fidanzata del protagonista.

Intanto il film si apre con la folla che acclama la coppia Lockwood – Lamont, fuori dal cinema dove si terrà la proiezione della loro ultima fatica. Una volta arrivati, la giornalista insinua insistentemente una storia tra i due che vaghi, lasciano intendere la probabilità di un legame sentimentale, consci del sistema e di ciò che il pubblico ha voglia o necessità di credere. La realtà però, è completamente diversa. Tra gli attori non corre buon sangue o meglio, lui non sopporta lei, personificazione della diva svampita e priva di ogni talento. La scena prosegue con Lockwood che, nuovamente incalzato dalla cronista, racconta gli esordi e il percorso che lo ha condotto al successo e mentre le parole narrano una versione ufficiale, edulcorata e nobile, le immagini mostrano un musicista diventato attore per caso, facendo la controfigura.

La seconda scena, ovvero l’anteprima del film sonoro, rappresenta la distruzione del mito, la difficoltà di utilizzare la nuova tecnologia con la conseguente, malriuscita, sincronizzazione di immagini e suono. Inoltre, quella stessa gestualità teatrale e intrisa di enfasi che solo poco tempo prima veniva percepita come naturale, diventa improvvisamente grottesca e fuori luogo.

L’ultima scena si svolge ancora all’interno di un cinema, in occasione della proiezione dello stesso film trasformato in una commedia musicale, che al contrario manda il pubblico in visibilio, preservando la credibilità dei protagonisti, quanto meno quella di Don Lockwood. Infatti, nel finale, Lina Lamov viene smascherata e il pubblico che non ne aveva mai udito la voce stridente e fastidiosa, scopre come stanno davvero le cose: alla fine della proiezione gli spettatori le chiedono di cantare e così, invece di coprirla come avevano fatto fino ad allora, colleghi e produttore colgono l’occasione per liberarsene; ordinano alla doppiatrice Kathy Selden di mettersi dietro le quinte ed eseguire la canzone, mentre la Lamov avrebbe fatto finta di cantare, ma al culmine dell’esibizione lasciano cadere il sipario, mostrando a tutti la verità e rendendo giustizia al talento della giovane interprete.

Queste scene, come tutte quelle in cui il cinema sceglie la strada del metalinguaggio, servendosi della propria grammatica per raccontare se stesso, sono legate da un filo rosso che è l’essenza della performance: essa è finzione, ma la reazione che suscita è assolutamente autentica e reale. Dunque Singing in the Rain, fa sì riferimento al cinema, ma soprattutto alla condizione dello spettatore nei confronti del mezzo. Ci mostra che le persone piangono, ridono e sognano, immedesimandosi nelle vicende assolutamente fittizie, di personaggi altrettanto fittizi, ma che danno vita ad emozioni vere, tangibili e intense. Così è sempre stato, così è, e fin quando tutti noi continueremo a crederci, la magia della performance non svanirà, a dispetto di qualsiasi trucco o  novità tecnologica.

Flashdance: il fuoco dentro e la paura del fallimento

La scena finale di Flashdance è incisa dell’ immaginario di intere generazioni, a partire dal 15 Aprile 1983, anno di uscita del film. Del resto come non essere conquistati dalle musiche, dalle coreografie, dallo sfondo rock trasgressivo condito da una romanticissima storia d’amore tra l’operaia e il suo capo… insomma, c’è tutto quello che serve a creare un mito.

Flashdance dopo più di trent’anni continua a vivere e a rinvigorirsi nelle diverse rappresentazioni teatrali e proprio da Milano, si prepara per la tournée. Questa domenica sono stata al Teatro della Luna a vedere lo spettacolo e posso testimoniare che le sedute erano quasi tutte occupate da persone di tutte le età. L’ atmosfera era rilassata, come quando ci si trova di fronte ad una situazione familiare e confortevole, dalla quale si sa cosa aspettarsi e si è contenti di ripetere l’esperienza. Il finale, come prevedibile, è stato il momento più coinvolgente e al suono di  What a feeling tutti si sono scatenati, la quarta parete del palcoscenico è crollata, mentre pubblico e cast diventavano parte di un’unica grande festa. Al di là dell’adattamento e delle aggiunte musicali, ho avuto il piacere di ritrovare quello che secondo me, è il fulcro della storia e di una protagonista nella quale è facile identificarsi.

Flashdance assume la danza quale centro del plot, e racconta di una giovane donna determinata e idealista, che sogna da sempre di entrare in accademia e diventare una grande ballerina. Il talento ce l’ha, ma non ha studiato ed è, o perlomeno si sente, profondamente diversa dalle ragazze della prestigiosa scuola. Vorrebbe presentare la domanda di ammissione, ma non si sente all’altezza e anche quando viene ammessa al provino, seppur con un piccolo aiuto non richiesto da parte del suo fidanzato,  rischia di mandare in fumo la sua opportunità. La scusa è di volercela fare da sola, ma in realtà è la paura del fallimento a bloccarla. Facendo una piccola astrazione, la storia di Alex in Flashdance, è quella di una persona qualunque, con un fuoco dentro, che ha bisogno di un’opportunità per dimostrare quanto vale, ma non ci crede abbastanza. La paura di fronte  alla possibilità di veder sfumare la propria occasione, rischia di vanificare l’occasione stessa, senza neanche provarci. E allora, cosa ci lascia Flashdance? Intanto posso dirvi cosa ha lasciato a me. Innanzitutto che quando si ha la fortuna di sentire dentro un fuoco, una direzione, è già di per sè un’occasione da non lasciarsi sfuggire; che il coraggio a volte paga e altre no, ma fa parte del gioco ed è sempre meglio affrontare la delusione e rialzarsi, invece di ripensare a come sarebbe andata se…; che esiste un tempo nella vita, in cui rimediare ai fallimenti è più facile che in altri, per quanto non si smetta mai di crescere e di imparare; che riuscire a dare il meglio e oltrepassare il traguardo, è impagabile, ma costa fatica, ed è la fatica medesima a rendere grande la soddisfazione. E a voi cosa ha lasciato? Scrivetelo nei commenti! Come sempre vi auguro una buona lettura e vi do appuntamento alla prossima settimana.

Le leggende del musical hollywoodiano parte II. Dedicato a Gene Kelly

Sorriso smagliante e occhio furbo, nel 1937 muove i primi passi nella Grande Mela, ma l’ incontro tra Gene Kelly e la danza avviene molti anni prima. Si, perché a Pittsburgh, la sua città d’origine, Kelly inizia a prendere lezioni a soli 7 anni per volere della madre. Non è  amore a prima vista, come si potrebbe pensare. Infatti, preso in giro dai suoi coetanei, abbandona la danza per poi riprendere qualche anno più tardi, quando capisce che le ragazze erano attratte dai ragazzi capaci di ballare e che la danza era un ottimo veicolo per poterle corteggiare. Come si suol dire, Gene Kelly ci vedeva lungo. Non a caso è ricordato come una delle personalità più eclettiche di Hollywood, come colui che ha rivoluzionato la danza sullo schermo e soprattutto il modo di guardare a questa disciplina. Si sa, la danza era considerata e lo è per certi versi ancora oggi, come più adatta al genere femminile, ma Gene Kelly con il suo stile atletico ed energico, ha sdoganato molti cliché, diventando fonte di ispirazione anche per le successive generazioni. Persino Michael Jackson lo ha tenuto a modello, come riportato in un articolo de La Repubblica del 1996, in seguito alla scomparsa di Kelly, e in cui personalità dello spettacolo e non solo, hanno speso parole di riconoscenza e di affetto nei suoi confronti.

Naturalmente tutti noi associamo il suo nome a due masterpieces  della commedia musicale ovvero Singing in the rain e An American in Paris,  ma ci sono molti, moltissimi altri lavori interessanti di cui Gene Kelly è stato protagonista. Prima di segnalarvene alcuni, ritengo necessario fare delle considerazioni per inquadrare meglio il livello di professionismo di cui si sta parlando. Innanzitutto Gene Kelly non era solo un bravissimo danzatore, ma un creativo a tutto tondo che nel corso della sua esperienza a Hollywood, ha imparato a conoscere le specificità del mezzo cinematografico, quello che si poteva ottenere attraverso le riprese, il montaggio e i piccoli, ancora rudimentali, effetti speciali. Comprendere le potenzialità del mezzo è stata la sua fortuna e il principio della sua rivoluzione. Nella maggior parte dei casi, era lui stesso autore delle coreografie e amava sperimentare le possibilità che il cinema era in grado di offrirgli. Ne sono di esempio due sequenze in due film diversi: “L’ Alterego Dance” nella pellicola Cover girl (1944) e “Jerry mouse and Jene Kelly Dance”, in Anchors Aweigh (1945).

Nel primo caso, Kelly danza con se stesso riflesso in un vetro e nel secondo, con un topo cartone animato a cui prova ad insegnare dei passi di tip tap. In ciascuno di questi numeri emerge un’estrema confidenza con gli oggetti o entità circostanti, con cui Kelly instaura un vero e proprio dialogo, e la coreografia diventa un racconto sempre diverso, dove a mutare sono soggetti, oggetti, situazioni e sentimenti, ma mai la naturalezza con cui vengono narrati. L’espressione del volto è sempre impeccabile, non tradisce la fatica e ogni movimento appare estremamente semplice. Ovviamente quel risultato è il frutto di prove interminabili, di fatica e pratica del perfezionismo. Molti colleghi lo ricordano come uno tra i registi più autoritari sul set. Pretendeva il massimo da se stesso e dai suoi collaboratori e questo, forse, gli ha consentito di compiere dei piccoli miracoli nel corso della sua carriera, trasformando dei neofiti della danza, in ballerini perfettamente all’altezza del ruolo. E’ il caso di Frank Sinatra, co- protagonista in Anchors  Aweigh, e di Debby Reynolds in Singing in the Rain. Guardando il numero in coppia con Frank Sinatra, non notavo quasi la differenza e ammetto di aver provato una certa sorpresa. In verità, Gene Kelly insegnava nella scuola di danza di sua madre a Pittsburgh prima di partire per New York e di certo conosceva il mestiere, ma trasferire una competenza a qualcun altro, non è sempre semplice e il risultato non è scontato.

Prima di salutarvi, voglio suggerirvi un progetto meno noto, ma a mio avviso estremamente interessante, di cui  Gene Kelly fu autore e protagonista. Si tratta di Invitation to dance 1956, prodotto dalla MGM. Il film è suddiviso in tre capitoli privi di dialogo, dove il racconto è affidato esclusivamente alle coreografie. Kelly scritturò alcuni danzatori delle più importanti compagnie di danza europee dell’epoca, con l’intento di far conoscere e valorizzare la danza come forma d’arte. Voleva dare loro massima visibilità e prendere parte ad uno solo degli episodi, ma la MGM gli impose di partecipare a tutti e tre i capitoli. La casa di produzione non era infatti convinta della commerciabilità del film e non rese la vita facile né a lui né agli altri danzatori che non si sentivano liberi di esprimere appieno la loro creatività. La pellicola fu un flop al botteghino, ma vinse il Golden Bears for Best film alla sesta edizione del Berlin International Film Festival nel ’56.

Esaurire in un unico articolo il contributo che Gene Kelly ha lasciato nell’ambito del musical cinematografico e nell’immaginario collettivo, è praticamente impossibile, ma spero di essere riuscita a fornirvi degli spunti e di aver suscitato almeno un po’ la vostra curiosità. Per chi volesse approfondire, vi consiglio di consultare l’Encyclopedia of world biography e l’articolo de La Repubblica di cui trovate il link nelle prime righe. Come anticipato all’inizio, oltre ai film già citati, vi segnalo Me and My Gal (1942),  con Giudy Garland, Brigadoon (1954), insieme a Cyd Charisse a cui ho dedicato un articolo la scorsa settimana, e Black hand (1950), uno dei pochissimi ruoli drammatici interpretati da Gene Kelly, sempre per la MGM. Se vi è piaciuto questo articolo, o volete darmi dei suggerimenti per i prossimi, lasciate un commento alla fine. Visto che ci ho preso gusto, vi saluto con un paio di video e auguro a tutti buon proseguimento.

Le leggende del musical hollywoodiano. Dedicato a Cyd Charisse

“Quando hai danzato con lei, puoi dire realmente di aver ballato”

Queste le parole riservate da Fred Astaire ad un’ icona degli anni d’oro del musical hollywoodiano. Cyd Charisse, al secolo Tula Ellice Finklea, nasce in Texas ad Amarillo, l’8 Marzo del 1921. Per tutti gli anni ’50 fino alla crisi del musical, è stata protagonista di alcune tra le più acclamate pellicole del genere, spiccando definitivamente il volo con il suo ruolo di femme fatale in Singing in the Rain del 1952, diretto da Stanley Donen e dallo stesso Gene Kelly. Ma facciamo un passo indietro.

Tula era una bambina piuttosto cagionevole e dopo essere stata affetta da poliomelite, iniziò a fare danza per rinforzare i suoi muscoli. Da quella che poteva apparire come una banale necessità, si scoprì un grande talento e a soli 13 anni entrò a far parte del balletto russo di Monte Carlo. Fin da piccola, il sabato pomeriggio andava al cinema con la sua famiglia e guardava ammirata i numeri di Tap dance con Fred Astaire e Ginger Rogers e sicuramente non immaginava che un giorno sarebbe stata anche lei partner di Fred Astaire. Beh, quel giorno arrivò. Era il 1946 e Cyd approdata in California dopo l’esperienza nella compagnia del balletto russo e il breve matrimonio con il suo insegnante di danza Nico Charisse, ottenne un ruolo marginale – al punto da non essere neppure menzionata nei titoli del film – in Ziegfield Folies di Vincente Minnelli, proprio accanto a Fred Astaire. In una delle sue interviste, realizzata molti anni dopo, descrive il primo incontro con Fred Astaire:

” Quando vidi arrivare Mister Astaire, con la sua superba canottiera, la cintura in vita, che camminava come se solo lui ne fosse in grado, mi misi da parte intimidita, ma lui iniziò a girarmi intorno e continuava ad osservarmi. Alla fine compresi che si stava chiedendo se ero troppo grande per danzare con lui, così feci un piccolo pliè e rimasi così finché non uscì fuori”.

Dopo circa mezzora, Arthur Fred le telefonò per dirle che il ruolo era suo, e così ebbe inizio la meravigliosa avventura con la MGM. Da questo momento il successo di Cyd Charisse è in continua ascesa e come accennato all’inizio, si consolida con la sua partecipazione in Singing in the rain, in cui è chiamata a fare ciò che meglio le riesce, ovvero ballare. Pur non essendo la protagonista femminile in termini strettamente attoriali, il suo talento e la sua fisicità, non passano inosservati. A diventare leggenda, sono le sue gambe assicurate proprio nel 1952, per ben 5 milioni di dollari. Nel 1953 ottiene invece un ruolo da protagonista nel film musicale Spettacolo di varietà (The Band Wagon), dove interpreta la ballerina classica Gabrielle Gerard, che viene scritturata come compagna di Tony (Fred Astaire), per lo spettacolo teatrale destinato a rilanciare la carriera ormai in declino di quest’ultimo. Inizialmente i rapporti non sono buoni, le diversità personali si configurano come il rispecchiamento di due stili di danza tra loro estranei, ma tutto si risolve in una passeggiata al Central Park di New York dove ha luogo uno dei numeri di danza più memorabili della coppia: il passo a due Dancing in the dark.

Il 1954 è invece la volta di Brigadoon, nome di un villaggio scozzese che, per una sorta di miracolo, appare una volta ogni cento anni per un solo giorno, per poi nascondersi nuovamente nella nebbia insieme ai suoi abitanti. Pellicola dal carattere romantico ed esotico, dove la storia d’amore tra Tony e Viola, appunto Gene Kelly e Cyd Charisse, oltrepassa i confini del reale in nome di un sentimento capace di superare qualsiasi ostacolo. Entrambi i lavori sono firmati Vincente Minnelli. Cyd Charisse vive un decennio d’oro, in cui lavora instancabilmente e molti altri sono i musical a cui prende parte. Con la crisi del genere, si allontana progressivamente dai riflettori, concludendo la sua carriera e collezionando ben 56 film. Il 9 Novembre del 2006, riceve dall’allora Presidente degli stati Uniti d’ America George W. Bush, la National Medal of the Arts and Humanities, considerato il più importante premio americano nel settore artistico.

Cyd Charisse, scomparsa nel 2008 ad 87 anni, viene ricordata come un esempio di professionismo e talento assoluto nella sua disciplina. Il talento nella danza, la precisione e la pulizia di movimento che accompagnavano le sue esecuzioni, hanno certamente compensato le carenze nel canto e nella recitazione. E’ stata una partner perfetta per i suoi compagni, adattandosi con grazia e naturalezza alla danza di ciascuno di loro, anche quando gli stili erano completamente diversi. E’ questo il caso di Fred Astaire e Gene Kelly, il primo più sofisticato, leggiadro ed esile, il secondo più muscolare ed energico. Entrambi geni assoluti, ma come dichiarava Cyd Charisse, talmente diversi da rendere impossibile ogni paragone. Voglio salutarvi con due video tra i più rappresentativi: Dancing in the dark e Broadway Melody, rispettivamente tratti da The Band Wagon e Singing in the rain. Buona visione e alla prossima success story!

Footloose: storia di uno scontro generazionale

Sicuramente molti di voi conoscono già la storia. No, non mi riferisco alla trama, bensì alla storia vera di un ragazzo della minuscola cittadina di Elmore City nel Sud dell’Oklaoma, che nel 1980 dispose una campagna per ottenere il permesso dalle autorità, di organizzare il ballo di fine anno. Lo scopo era mettere fine ad una severa quanto obsoleta legge in vigore dal 1898, che vietava il ballo nei luoghi pubblici, e alla fine ci riuscì. In Footloose il divieto è più recente e il pretesto è la morte di due ragazzi in un incidente stradale, dopo una serata di eccessi. Uno dei due, era il figlio del reverendo. Il protagonista Ren McCormack, interpretato da un giovanissimo Kevin Bacon, da Boston si trova catapultato in questa piccola realtà, dove la musica rock, il ballo e persino alcuni libri ritenuti moralmente compromettenti, sono vietati. Il suo antagonista, il reverendo Shaw Moore, si  batte con fervore per portare la sua gente dritta in paradiso e, volendo, anche più in alto, come gli fa notare ad un certo punto anche sua moglie. La morale religiosa, ottiene pieno consenso dagli adulti della comunità, e assoluto dissenso da parte dei loro figli. Ad opporsi con decisione e sprezzo delle regole, è soprattutto Ariel Moore, figlia del reverendo, simbolo di una ribellione fatta di rabbia, di rifiuto e voglia di evadere da quel provincialismo soffocante. A mio avviso è uno dei personaggi più interessanti del film, proprio per la dicotomia tra ciò che appare e ciò che si nasconde dietro la maschera. Mi spiego. Ariel è decisa, sicura della sua fisicità, provocatrice e consapevole del consenso che suscita tra i suoi pari, sia tra i ragazzi che tra le ragazze, ma al di là dell’ostentazione, si nasconde il travaglio di un’adolescente che affronta come può, la perdita di un proprio caro. Ariel più di tutti, mette in discussione i precetti sostenuti dalla figura paterna, che passa dall’essere eroe, all’incarnazione dell’antieroe. Lo sguardo di Ariel è cambiato, non è più quello assorto di una bambina che ama incondizionatamente il proprio padre, ma quello critico di una giovane donna che inizia a costruirsi un personale punto di vista sul mondo.  Dunque, come potremmo definire Footloose? Senza dubbio un film sulla danza, un omaggio alla musica rock degli anni Ottanta, la fortuna di future icone del cinema e della musica, da Kevin Bacon, a Sarah Jessica Parker, a Kenny Loggins autore della colonna sonora e ciascuna di queste affermazioni è quanto meno evidente. Ma cosa racconta davvero Footloose se non lo scontro topico tra due generazioni? Ci sono degli adulti che dettano le regole nel tentativo di proteggere il più a lungo possibile i propri figli, e degli adolescenti che lottano contro queste regole, in cerca delle proprie. La musica rock e il ballo, si configurano come metafora di quell’energia e  voglia di vivere col piede sull’acceleratore e sentire il vento sulla faccia dimenticandosi le afflizioni e lasciandosi andare alla spensieratezza. La scena finale della festa sulle note di Footloose è l’emblema di quest’energia e, a distanza di trentaquattro anni, sfido chiunque a stare fermo riascoltando questo brano. Il finale, nello stile happy and USA, mette tutti d’accordo: Ren riesce ad organizzare il ballo di fine anno e ad andarci con Ariel che nel frattempo è diventata la sua ragazza, il reverendo si riconcilia con sua figlia dopo una serie di litigi e incomprensioni, e finalmente anche gli adulti si arrendono al fatto che le regole per quanto necessarie, non sono assolute e devono lasciare il posto alla fiducia, oltre al fatto che un po’ di sano divertimento, non ha mai fatto male a nessuno. Una storia come tante quella di Footloose, destinata a lasciare un’impronta indelebile per le generazioni a venire, tanto da essere riproposta in un remake cinematografico nel 2011 e più volte a teatro, anche in Italia qualche anno fa, dalla Stage Entertainement al Teatro Nazionale di Milano. Vuoi per la musica, vuoi per le coreografie, per i personaggi in cui è facile identificarsi, e per alcune scene come quella finale, o il monologo di Ren in Chiesa davanti ai membri del Consiglio, Footloose resta un evergreen tra i musical anni Ottanta e non solo.

 A proposito di scene senza tempo, vi lascio proprio con le parole del protagonista, e chissà che a qualcuno non venga voglia di fare un tuffo nel passato e riguardare il film…

C’è un tempo per ogni cosa sotto il cielo… un tempo per ridere, un tempo per piangere, un tempo per soffrire e c’è un tempo per danzare. C’era un tempo per quella legge, ma ora non c’è più. Questo è il nostro tempo per danzare. Questo è il nostro tempo per festeggiare la vita. così è stato dal principio, così è stato sempre e così deve essere adesso”. E allora… LET’S DANCE!