The White Crow: cosa ti spinge a fare ciò che fai?

Ad una settimana dall’uscita nei cinema italiani, The White Crow conquista il podio nella classifica al box office, seppur preceduto da Arrivederci Professore al secondo posto e Toy Story 4 al primo.

Il film di Ralph Fiennes sulla vita del ballerino sovietico, inizia su un treno in corsa, quello su cui Rudolf Nureyev è venuto al mondo e prosegue raccontando l’infanzia e la giovinezza del protagonista, attraverso un flusso di coscienza fatto di ellissi temporali, senza soluzione di continuità o particolari sottolineature stilistiche, tranne nelle parti che ritraggono Nureyev bambino, in cui la scelta ricade sul bianco e nero.

Focalizzato su uno dei momenti cruciali della carriera e della vita del danzatore, il film racconta il suo primo viaggio fuori dall’Unione Sovietica, quando Nureyev mette piede all’ Opéra di Parigi insieme agli altri ballerini del corpo di ballo di Leningrado e dimostra chi è, deciso ad operare una vera e propria rivoluzione nel mondo del balletto, rendendo giustizia alla figura maschile subordinata fino ad allora, a quella della sua partner femminile. Al di là della vicenda biografica più o meno nota ad appassionati e non, ci sono due aspetti che hanno catturato la mia attenzione in modo particolare:

  • la sete di sapere, di conoscere, di vedere, nella parte relativa al contesto parigino, in cui Nureyev coglie ogni occasione per ammirare i luoghi simbolo della cultura e dell’arte cittadina;

  • la riflessione sul significato della danza, quando il maestro e mentore Alexander Pushkin (interpretato dallo stesso Ralph Fiennes), lo incalza, chiedendogli ripetutamente che senso ha danzare.

    In relazione al primo, non ho potuto fare a meno di considerare la lungimiranza del giovane protagonista, la sua capacità di emergere, di andare oltre, di aver intuito quanto le altre arti, tutte le arti, dalla pittura, all’architettura, alla letteratura, fossero indispensabili alla danza; quanto la relazione, la contaminazione delle stesse, sarebbe stata in grado di rivitalizzarle nel tempo, di aggiungere valore a ciascun linguaggio preso singolarmente.

Per quanto concerne il secondo, il ragionamento ricade sul tema del senso. Qual è il senso della danza? Perché un ballerino balla? Per mostrare una tecnica perfetta? Per far divertire il pubblico? Nessuna delle due. Nessuna delle infinite risposte sicuramente giuste, ma accessorie rispetto alla motivazione vera che vale per la danza, la pittura, la fotografia, la poesia ecc; nessuna davvero importante se alla base di tutto non c’è una storia , un punto di vista da esprimere, una necessità di raccontare la propria, personale narrazione.

La storia, l’urgenza di dire qualcosa, equivale all’identità e non solo quando si parla di arte o di cultura. La storia è il differenziale, è il progetto, è l’elemento di distinzione tra un individuo e un altro, è la sostanza. La storia è quella in cui gli uomini e le donne si immedesimano o si distinguono, quella di cui si ricordano. Questo è successo a Nureyev e a tanti che come lui, hanno lasciato un’impronta nella memoria collettiva.

Ad ogni modo, tutti abbiamo una storia e allora chiediamoci: qual è il nostro linguaggio? Come possiamo raccontarla al meglio e fare la differenza in ciò che facciamo?

Please follow and like us:
20

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *