Dalla periferia di Brooklyn a New York, Tony Manero prima e dopo

“L’unico modo per sopravvivere, è fare ciò che si ritiene giusto, non quello che gli altri cercano di convincerti a fare. Se gli permetti di farlo, finisce che diventi un infelice” .

Con questa massima Frank congeda suo fratello minore Tony Manero. Tony è un ragazzo cresciuto nella periferia di Brooklyn, frequenta una compagnia di scapestrati e attaccabrighe, ma lui ha un potenziale rispetto ai suoi amici e non si tratta solo della capacità naturale di impadronirsi della pista da ballo, ma della voglia di essere una persona migliore. Saturday Night Fever rappresenta un’epoca, ridipinge gli anni ’70 attraverso le musiche, ma anche gli eccessi, i conflitti di una multietnia che mal si sopporta e un racconto della sessualità privata di qualsiasi romanticismo. In questo contesto, Tony Manero incarna la voglia di riscatto e il rifiuto di accontentarsi. Nel primo capitolo della vicenda, è ancora troppo immaturo, avverte che il ballo è l’unica cosa che lo carica e lo porta via da una situazione familiare nella quale non si sente valorizzato e che intacca in modo pesante la sua autostima, ma non è in grado di visualizzare degli obiettivi chiari. Tony è considerato un leader dai suoi pseudo amici e le ragazze fanno di tutto per attirarne l’attenzione, ma lui si infatua di Stephanie Mangano (Karen Lynn Gorney), con la quale si dovrà accontentare di fare coppia nella gara di ballo senza ottenere nulla di più.  Nonostante il mito creatosi intorno al personaggio di Tony Manero, soprattutto grazie all’interpretazione di John Travolta, abbiamo di fronte un giovane senza arte né parte, ma dotato di due qualità estremamente significative: buona volontà e onestà intellettuale. La prima ad esempio, si evince nell’impegno profuso all’interno del colorificio nel quale lavora per quanto, la sola idea di invecchiare lì dentro lo terrorizzi.

La seconda, dopo la gara di ballo in discoteca, in cui è l’unico a non gioire della  vittoria ottenuta. La sfida finale avviene infatti contro una coppia di portoricani di cui Manero riconosce la superiorità, cedendogli indignato il premio del vincitore. Nessuno comprende il suo gesto, neanche Stephanie e Tony si sente un pesce fuor d’acqua che dell’ammirazione fasulla e gratuita, non sa che farsene.

La morte di uno dei suoi amici, finito giù dal ponte di Brooklyn a causa di una bravata, è la goccia che fa traboccare il vaso e spinge il protagonista, ormai saturo, ad allontanarsi da tutto e tutti. La sera stessa della tragedia, raggiunge Stephanie nel suo appartamento di Manhattan e il film si conclude con una stretta di mano e un abbraccio tra i due, dopo che Tony le comunica di volersi trasferire nella Grande Mela e ricominciare da zero. Che fine farà il nostro eroe? Lo sapremo 6 anni più tardi, nel 1983, quando Sylvester Stallone deciderà di scrivere, dirigere e produrre il sequel Staying Alive, occupandosi personalmente della preparazione atletica di John Travolta. Saturday Night Fever non è una commedia musicale come molte altre, in cui prevalgono senso di evasione e ottimismo, ma si avvicina molto di più al dramma, trattando le vicissitudini dei protagonisti con realismo talvolta distopico.

Nel secondo capitolo troviamo un Tony più maturo, sia fisicamente che intellettualmente, molto più consapevole delle sue qualità e deciso a diventare un ballerino professionista. Ha una storia con la sua amica Jackie (Cynthia Rhoders), mentre si vede con altre e resta colpito dalla prima ballerina Laura (Finola Hughes), capricciosa e arrivista, ma, in fin dei conti, Tony è concentrato sulla sua carriera ed è distaccato, a tratti cinico e opportunista suo malgrado. In conclusione vince e si riscatta, ottiene la parte di primo ballerino in uno show teatrale di Broadway, conquistando il coreografo, più che per le doti artistiche, per l’energia che trasmette danzando e grazie alla quale, arriva ad emergere rispetto a chi tecnicamente è più preparato, restando però un freddo esecutore. Entrambi i film lasciano un senso di incompiutezza dato dal fatto che non mettono realmente un punto alla storia, ma hanno il merito di aver raccontato uno spaccato socioculturale, catturandone i tratti salienti e dando anima ad un personaggio controverso, con i suoi mille difetti e conflitti interiori, in grado però di cambiare gli aspetti meno felici della sua esistenza, attraverso la forza della determinazione. Il mito di Tony è il mito dell’uomo comune in bilico tra realtà e aspettative, il cui dramma si intensifica con l’aumentare del divario tra l’una e le altre. E’ il mito di colui che ha fame, che desidera perennemente qualcosa di più, e in effetti non sapremo quanto dureranno l’euforia e il senso di appagamento per aver tagliato il traguardo. Il mito di Tony Manero è il ritratto di un topic, di una condizione innegabile e inguaribile della natura umana, in qualsiasi epoca o contesto sociale, familiare e culturale più o meno privilegiato. E’ forse questo a renderlo intramontabile?

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