Singing in the Rain: il cinema che parla del cinema

E’ buio, piove a dirotto e tutti corrono a ripararsi, ma lui balla e canta sotto la pioggia, gioca  e sorride felice. Il motivo? Semplice, è innamorato. Questa scena rappresenta la descrizione per eccellenza di uno stato d’animo di beatitudine e nonostante risalga a decenni addietro, conserva intatta la sua essenza. Singing in the Rain è una bella storia d’amore, nata da un’incontro fortuito quanto improbabile, tra il divo del cinema muto Don Lockwood (Gene Kelly) e l’aspirante attrice Kathy Selden (Debbie Reynolds). Protagonista però, non è la vicenda sentimentale, ma il cinema che racconta se stesso e i suoi retroscena in un momento cruciale della sua storia, ovvero il passaggio dal muto al sonoro dopo il successo de Il cantante Jazz di Alan Crosland.

Racconta come molti, considerati dei grandi attori in un cinema fatto di espressioni, gesti, didascalie e musica d’atmosfera suonata ancora dal vivo, con l’avvento del sonoro, non si rivelano all’altezza. Con intelligenza e ironia, Singing in the Rain svela che il cinema è nient’altro che un trucco e lo è anche l’immaginario che si crea intorno ai suoi protagonisti. Nonostante ciò, non intacca neanche per un attimo, l’aura di questa meravigliosa macchina dei sogni, dentro la quale tutto è possibile.  A mio avviso, le scene esemplari in tal senso sono almeno tre: quella di apertura, l’anteprima del primo film sonoro e la scena finale in cui avviene la pubblica umiliazione della diva Lina Lamont (Jean Hagen) e la consacrazione della sua doppiatrice Kathy Selden, vera fidanzata del protagonista.

Intanto il film si apre con la folla che acclama la coppia Lockwood – Lamont, fuori dal cinema dove si terrà la proiezione della loro ultima fatica. Una volta arrivati, la giornalista insinua insistentemente una storia tra i due che vaghi, lasciano intendere la probabilità di un legame sentimentale, consci del sistema e di ciò che il pubblico ha voglia o necessità di credere. La realtà però, è completamente diversa. Tra gli attori non corre buon sangue o meglio, lui non sopporta lei, personificazione della diva svampita e priva di ogni talento. La scena prosegue con Lockwood che, nuovamente incalzato dalla cronista, racconta gli esordi e il percorso che lo ha condotto al successo e mentre le parole narrano una versione ufficiale, edulcorata e nobile, le immagini mostrano un musicista diventato attore per caso, facendo la controfigura.

La seconda scena, ovvero l’anteprima del film sonoro, rappresenta la distruzione del mito, la difficoltà di utilizzare la nuova tecnologia con la conseguente, malriuscita, sincronizzazione di immagini e suono. Inoltre, quella stessa gestualità teatrale e intrisa di enfasi che solo poco tempo prima veniva percepita come naturale, diventa improvvisamente grottesca e fuori luogo.

L’ultima scena si svolge ancora all’interno di un cinema, in occasione della proiezione dello stesso film trasformato in una commedia musicale, che al contrario manda il pubblico in visibilio, preservando la credibilità dei protagonisti, quanto meno quella di Don Lockwood. Infatti, nel finale, Lina Lamov viene smascherata e il pubblico che non ne aveva mai udito la voce stridente e fastidiosa, scopre come stanno davvero le cose: alla fine della proiezione gli spettatori le chiedono di cantare e così, invece di coprirla come avevano fatto fino ad allora, colleghi e produttore colgono l’occasione per liberarsene; ordinano alla doppiatrice Kathy Selden di mettersi dietro le quinte ed eseguire la canzone, mentre la Lamov avrebbe fatto finta di cantare, ma al culmine dell’esibizione lasciano cadere il sipario, mostrando a tutti la verità e rendendo giustizia al talento della giovane interprete.

Queste scene, come tutte quelle in cui il cinema sceglie la strada del metalinguaggio, servendosi della propria grammatica per raccontare se stesso, sono legate da un filo rosso che è l’essenza della performance: essa è finzione, ma la reazione che suscita è assolutamente autentica e reale. Dunque Singing in the Rain, fa sì riferimento al cinema, ma soprattutto alla condizione dello spettatore nei confronti del mezzo. Ci mostra che le persone piangono, ridono e sognano, immedesimandosi nelle vicende assolutamente fittizie, di personaggi altrettanto fittizi, ma che danno vita ad emozioni vere, tangibili e intense. Così è sempre stato, così è, e fin quando tutti noi continueremo a crederci, la magia della performance non svanirà, a dispetto di qualsiasi trucco o  novità tecnologica.

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