Le leggende del musical hollywoodiano parte II. Dedicato a Gene Kelly

Sorriso smagliante e occhio furbo, nel 1937 muove i primi passi nella Grande Mela, ma l’ incontro tra Gene Kelly e la danza avviene molti anni prima. Si, perché a Pittsburgh, la sua città d’origine, Kelly inizia a prendere lezioni a soli 7 anni per volere della madre. Non è  amore a prima vista, come si potrebbe pensare. Infatti, preso in giro dai suoi coetanei, abbandona la danza per poi riprendere qualche anno più tardi, quando capisce che le ragazze erano attratte dai ragazzi capaci di ballare e che la danza era un ottimo veicolo per poterle corteggiare. Come si suol dire, Gene Kelly ci vedeva lungo. Non a caso è ricordato come una delle personalità più eclettiche di Hollywood, come colui che ha rivoluzionato la danza sullo schermo e soprattutto il modo di guardare a questa disciplina. Si sa, la danza era considerata e lo è per certi versi ancora oggi, come più adatta al genere femminile, ma Gene Kelly con il suo stile atletico ed energico, ha sdoganato molti cliché, diventando fonte di ispirazione anche per le successive generazioni. Persino Michael Jackson lo ha tenuto a modello, come riportato in un articolo de La Repubblica del 1996, in seguito alla scomparsa di Kelly, e in cui personalità dello spettacolo e non solo, hanno speso parole di riconoscenza e di affetto nei suoi confronti.

Naturalmente tutti noi associamo il suo nome a due masterpieces  della commedia musicale ovvero Singing in the rain e An American in Paris,  ma ci sono molti, moltissimi altri lavori interessanti di cui Gene Kelly è stato protagonista. Prima di segnalarvene alcuni, ritengo necessario fare delle considerazioni per inquadrare meglio il livello di professionismo di cui si sta parlando. Innanzitutto Gene Kelly non era solo un bravissimo danzatore, ma un creativo a tutto tondo che nel corso della sua esperienza a Hollywood, ha imparato a conoscere le specificità del mezzo cinematografico, quello che si poteva ottenere attraverso le riprese, il montaggio e i piccoli, ancora rudimentali, effetti speciali. Comprendere le potenzialità del mezzo è stata la sua fortuna e il principio della sua rivoluzione. Nella maggior parte dei casi, era lui stesso autore delle coreografie e amava sperimentare le possibilità che il cinema era in grado di offrirgli. Ne sono di esempio due sequenze in due film diversi: “L’ Alterego Dance” nella pellicola Cover girl (1944) e “Jerry mouse and Jene Kelly Dance”, in Anchors Aweigh (1945).

Nel primo caso, Kelly danza con se stesso riflesso in un vetro e nel secondo, con un topo cartone animato a cui prova ad insegnare dei passi di tip tap. In ciascuno di questi numeri emerge un’estrema confidenza con gli oggetti o entità circostanti, con cui Kelly instaura un vero e proprio dialogo, e la coreografia diventa un racconto sempre diverso, dove a mutare sono soggetti, oggetti, situazioni e sentimenti, ma mai la naturalezza con cui vengono narrati. L’espressione del volto è sempre impeccabile, non tradisce la fatica e ogni movimento appare estremamente semplice. Ovviamente quel risultato è il frutto di prove interminabili, di fatica e pratica del perfezionismo. Molti colleghi lo ricordano come uno tra i registi più autoritari sul set. Pretendeva il massimo da se stesso e dai suoi collaboratori e questo, forse, gli ha consentito di compiere dei piccoli miracoli nel corso della sua carriera, trasformando dei neofiti della danza, in ballerini perfettamente all’altezza del ruolo. E’ il caso di Frank Sinatra, co- protagonista in Anchors  Aweigh, e di Debby Reynolds in Singing in the Rain. Guardando il numero in coppia con Frank Sinatra, non notavo quasi la differenza e ammetto di aver provato una certa sorpresa. In verità, Gene Kelly insegnava nella scuola di danza di sua madre a Pittsburgh prima di partire per New York e di certo conosceva il mestiere, ma trasferire una competenza a qualcun altro, non è sempre semplice e il risultato non è scontato.

Prima di salutarvi, voglio suggerirvi un progetto meno noto, ma a mio avviso estremamente interessante, di cui  Gene Kelly fu autore e protagonista. Si tratta di Invitation to dance 1956, prodotto dalla MGM. Il film è suddiviso in tre capitoli privi di dialogo, dove il racconto è affidato esclusivamente alle coreografie. Kelly scritturò alcuni danzatori delle più importanti compagnie di danza europee dell’epoca, con l’intento di far conoscere e valorizzare la danza come forma d’arte. Voleva dare loro massima visibilità e prendere parte ad uno solo degli episodi, ma la MGM gli impose di partecipare a tutti e tre i capitoli. La casa di produzione non era infatti convinta della commerciabilità del film e non rese la vita facile né a lui né agli altri danzatori che non si sentivano liberi di esprimere appieno la loro creatività. La pellicola fu un flop al botteghino, ma vinse il Golden Bears for Best film alla sesta edizione del Berlin International Film Festival nel ’56.

Esaurire in un unico articolo il contributo che Gene Kelly ha lasciato nell’ambito del musical cinematografico e nell’immaginario collettivo, è praticamente impossibile, ma spero di essere riuscita a fornirvi degli spunti e di aver suscitato almeno un po’ la vostra curiosità. Per chi volesse approfondire, vi consiglio di consultare l’Encyclopedia of world biography e l’articolo de La Repubblica di cui trovate il link nelle prime righe. Come anticipato all’inizio, oltre ai film già citati, vi segnalo Me and My Gal (1942),  con Giudy Garland, Brigadoon (1954), insieme a Cyd Charisse a cui ho dedicato un articolo la scorsa settimana, e Black hand (1950), uno dei pochissimi ruoli drammatici interpretati da Gene Kelly, sempre per la MGM. Se vi è piaciuto questo articolo, o volete darmi dei suggerimenti per i prossimi, lasciate un commento alla fine. Visto che ci ho preso gusto, vi saluto con un paio di video e auguro a tutti buon proseguimento.

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